Manchester, i dollari e mr Glazer

Vive in Florida e ai tifosi non piace: «Non ha passione, fa affari con la nostra fede»

nostro inviato a Manchester

Bastassero i soldi. Ma ci vuole anche un po’ di passione, please. È quello che strillano i tifosi del Manchester United a mister Malcolm Glazer. «Fortunati quelli del Milan, Berlusconi è ricco ma almeno ha il cuore rossonero, soffre e vive per la squadra. Questo americano fa soltanto affari con la nostra fede», musica e parole di John Fitton, ex piccolo azionista del ManUtd e poi tra i fondatori dello United football club, la sfida ai ricchi, una squadra che gioca nell’ultimo campionato e vuole salire, risalire, arrivare in faccia a mister Glazer e alla sua famiglia e dirgliene quattro sul campo.
È una storia strana, da repertorio del nuovo cinema paradiso britannico. Il football deve fare i conti, in tutti i sensi, con l’invasione straniera, non tanto tra i calciatori quasi tutti benvenuti, ma tra i proprietari: Glazer al Manchester, Mohammed Fayed (padre di Dodi) al Fulham, Roman Abramovich al Chelsea, Alexandre Gaydamak al Portsmouth, Randy Lerner all’Aston Villa, Eggert Magnusson al West Ham United, George Gillett e Tom Hicks al Liverpool. Soldi freschi? Non tutti. Prendiamo Malcolm Glazer. È un signore di settantanove anni, con due ictus che lo hanno devastato nelle ultime stagioni. Vive a Palm Beach, è di origine lituana, suo padre emigrò a Rochester, negli Stati Uniti, nel 1928 e in quell’anno del crollo di Wall Street venne alla luce Malcolm che fu poi seguito da sei sorelle. Papà Glazer aveva un negozio che riparava orologi e vendeva anche le parti meccaniche degli stessi. Morì nel 1943 e Malcolm aveva un patrimonio, narrano i favolisti, di 300 dollari. Rilevò il negozio e si tenne alla larga dalle sorelle, al punto da citarle in tribunale quando a morire fu la mamma la cui eredità non era cosa leggera.
Mister Glazer ha provato di tutto, dai parcheggi privati, alla società di trasporti ferroviari Conrail, in bancarotta. Il valore dell’affare si aggirava sui 12mila miliardi, lui si disse pronto a versarne 200, ovviamente il treno deragliò ma lui riuscì a restare sul binario morto. Si cimentò in aziende che si occupavano di ristorazione, comunicazione radiotelevisiva, in società immobiliari e sfiorò un paio di affari colossali: la fabbrica Formica, le famose cucine icona americane, e l’Harley Davidson. Non ce la fece in entrambi i casi ma fu grande pubblicità per lo stemma famigliare. Vivendo negli States intuì che il football sarebbe stato un buon veicolo: acquistò i Buccaneers di Tampa, erano in piena crisi, dopo due settimane Glazer licenziò l’allenatore, un anno dopo assunse Jon Gruden, il coach dei rivali dell’Oakland Raiders che gli regalò il Super Bowl.
Gli affari andavano a mille, Glazer rilevò anche la Zapata corporation, una finanziaria creata da George Bush senior, mentre il figlio Avram tentò di mettere le mani sul baseball, sfiorando i Los Angeles Dodgers. Malcolm Glazer, con un patrimonio stimato da Forbes in 1 miliardo di dollari, decise di emigrare, in Inghilterra, accompagnato da Avram, Bryan e Joel, tre dei sei figli (Kevin e Darcia sono rimasti tagliati fuori). In cambio di 1 miliardo di euro ha liquidato i due irlandesi McManus e Magnier, proprietari di cavalli e del Manchester (avevano arraffato tutte le azioni possibili e rivenduto al triplo!) ma per l’operazione ha chiesto aiuto alle banche, una di queste la JP Morgan, si è chiamata fuori dopo i primi tackle di Glazer, tre licenziati in tronco dal cda. I tifosi assicurano che Glazer ha portato dentro il club i suoi debiti che ammonterebbero a 900 milioni di euro e che Cristiano Ronaldo, Rooney, Scholes gli servono per far bella figura in banca, i soldi gli rientrano dai biglietti dell’Old Trafford il cui prezzo è salito vertiginosamente, dalla vendita di magliette e dai diritti televisivi. Stasera mister Glazer dalla Florida chiederà notizie ai figli. Non sul risultato ma sulla quotazione in Borsa.