Il Manchester vuol saldare i conti Il Milan sogna di stupirlo ancora

nostro inviato a Milanello

Per una volta, si sono rovesciate le parti. È il Manchester ad affrontare stasera il suo tabù dichiarato, il Milan. Nei quattro precedenti, il bilancio è di stampo rossonero: quattro successi di fila, con qualificazione incassata, senza riuscire, da parte degli inglesi, a marcare neanche la miseria di un gol. E non solo nella notte dei tempi, con Bobby Charlton in campo. Persino con Cristiano Ronaldo a scavallare sulla sinistra e Rooney a fargli da mosca cocchiera l’esito fu impietoso in una notte colma di pioggia e di emozioni fortissime, maggio del 2007. Dopo i sigilli di Kakà e Seedorf, pure Gilardino, negato per questa competizione, riuscì a far centro in solitario contropiede infiocchettando il 3 a 0. Carlo Ancelotti la ricorda come la notte di Natale. «Fu la partita perfetta» ripete. Mai rivisto, nemmeno ad Atene, un Milan così pimpante, ferocemente determinato, attento fino allo scrupolo in difesa.
Inutile la seduta spiritica tentata dagli ultrà della cabala: improbabile riuscire a far sopravvivere, sia pure per una notte, quel capolavoro di Milan. E non solo per l’assenza, fisica, di Kakà che ne fu un decisivo eversore. È un altro Milan, questo, capace, come sostiene il teorico Leonardo, di «un calcio allegro» e di stupire la folla dei critici come avvenne già a Madrid contro l’armata spagnola del Real ma anche di disperdersi nelle curve di una sfida parimenti impegnativa, il derby di fine gennaio.
È vero, specie nel calcio, anche gli apparenti malefici sono fatti per essere spazzati via all’improvviso. E questo è il momento migliore per il Manchester che si è affrancato dalla perdita di Cristiano Ronaldo. Gli inglesi si sono rialzati in piedi dopo aver vissuto un dicembre nerissimo, hanno guadagnato punti e posizioni sul Chelsea oltre che smalto e forma nel suo attaccante simbolo Wayne Rooney, il cocco di Fabio Capello. Il Milan, al contrario, è reduce da una parabola opposta: ha infilato un buio tunnel con il derby, ne è uscito a stento, e con un pizzico di fortuna, liquidando la resistenza dell’Udinese venerdì scorso. Non ha Borriello a disposizione e sceglie di puntare su Huntelaar chè Inzaghi è finito sui libri di storia, non ha Zambrotta sempre alle prese con un infortunio muscolare e si blinda facendo spazio a Bonera (Oddo non è ancora pronto), rilucida Beckham al posto di Gattuso riservando all’inglese, emozionato come un debuttante, la partita dei sogni, contro l’United.
Perciò Leonardo, consapevole dei limiti attuali, è pronto alla chiamata alle armi. «Servono tutte le migliori risorse, del Milan di Ancelotti e del Milan attuale» il suo appello patriottico che nasconde la consapevolezza di dover scalare una montagna tipo il Mortiloro al Giro. «È un esame per tutti, anche per chi ha vinto, vuol dire mantenersi ai massimi livelli» insiste Leonardo qui parlando alla vecchia guardia che viene messa da parte nella circostanza: si pensi, oltre a Pippo malinconico, a Seedorf considerato un intoccabile e un fuoriclasse dallo stesso Rooney, a Gattuso, a Jankulovski tanto per citare alcuni protagonisti dell’ultima magica notte milanista vissuta a spese del Manchester. «Le grandi sfide ci esaltano» chiude Leonardo dopo l’omaggio doveroso a Sir Alex Ferguson, sceso due volte a San Siro per capire come e dove colpire al cuore il Milan e mettere fine alla stregoneria. Si è messo a studiare come uno studente modello.
Pato è il più temuto dai Red Devils, Beckham il più atteso perché si tratta di un vecchio, caro, mai dimenticato amico. Ripetuto da David, ieri mattina, l’omaggio alla bandiera, come sanno fare gli inglesi di razza. «Se segno, non festeggio, un omaggio ai tifosi e al club che è stata gran parte della mia vita» la spiegazione di David pronto a tutto, come ripete lui con esibita umiltà, «non importa se gioco subito o vado in panchina, quel che conta è che il Milan giochi bene e superi il turno». Cancellati i rancori col vecchio precettore scozzese: «A Ferguson mi legano ricordi belli e brutti, ho cancellato quelli brutti, tengo quelli belli. Per me lui resta come un padre, mi ha dato l’opportunità di giocare nella squadra dei miei sogni». Sa bene anche lui dove comincia il nuovo Manchester, rimasto senza Cristiano Ronaldo («Rooney è il giocatore chiave») e dove finisce l’ultimo Milan rimasto senza Kakà («non è una squadra vecchia ma esperta»). E allora poche storie e andiamo allo stadio a vedere come finisce questa volta.