Mancini alza il tiro: "Vincere come Herrera"

Il campionato riparte con gli anticipi per il prossimo ritorno della Champions league. La capolista a San Siro, Adriano compie 25 anni e va in panchina

Appiano Gentile - Una battuta tira l’altra, come le vittorie dell’Inter. Mancini ci ha preso gusto. Alle battute. Per le vittorie il gusto non si perde mai. Cominciano i mesi del Purgatorio o del Paradiso e questo dipenderà appunto dai successi che, d’ora in poi, dovranno essere più numerosi di quelli fin qui raggiunti: 15 in campionato, il tanto per mettersi alla pari con il Real Madrid «galactico», quello vero targato anni sessanta, altro che questo litigioso e pieno di stelle cadenti. Come partire? «Con una vittoria contro il Cagliari», dice Mancini per non scostarsi dal politicamente corretto. Ma poi alterna battute (il medico sociale lo ispira) a un’idea che possa diventare una stella cometa: «Copiare l’Inter di Herrera: deve essere il nostro modello per sentirci davvero una grande squadra».
Il conflitto non più strisciante con il medico è il pepe per tener in fibrillazione la compagnia. Domanda: «Vieira può giocare dopo aver subito un colpo alla caviglia o lo ha fermato il dottore?». E il tecnico punge: «No, non lo ha fermato. Il medico è andato via prima». Sorrisino, che potrebbe valere un calcio negli stinchi.
In attesa di altre vittorie l’allenatore si tiene di buon umore così, dopo aver sbottato con chiunque gli capitasse a tiro circa il rapporto difficilmente ricucibile con il dottore. Problema che si trascina da tempo, per lui come per altri due tecnici che lo hanno preceduto. Forse qualcosa non funziona anche dall’altra parte. Ma Moratti non vuol sentire ragione: per liquidare il precedente medico non ha perso tempo, per difendere questo, che gli piace tanto e fu imposto da Bobo Vieri, ha tirato fuori gli artigli anche contro l’allenatore. Nei giorni scorsi il presidente ha difeso il dottore sul caso Ibrahimovic e messo nell’angolo il tecnico. Mancini ha risposto con un bel «no!» circa l’ipotesi che queste posizioni possano indurlo a lasciare l’Inter. Ma ha puntualizzato. «Il problerma di Ibra è cosa passata, ora conta che lui stia bene e torni in campo. Moratti ha dato ragione al medico e rispetto la sua idea. Ma io posso avere un’idea che è diversa. Comunque nessun fastidio». Nel caso specifico il tecnico ha sbagliato la strategia d’azione, forse sviato da una scarsa comunicazione, ed è stato uno dei pochi svarioni della sua stagione.
Ora tornano a contare il campo e la squadra. Ibra ci sarà, in coppia con Crespo. Cruz dovrebbe subentrare. Mancini ha qualche coccola per tutti. Adriano compreso che oggi starà in panchina anche se è il giorno del suo compleanno: sono 25 anni. «Se cambio qualcosa, significa che sto pensando a lungo termine. Ormai giocheremo ogni tre giorni. La nostra forza, il vantaggio in più, sarà avere tutti gli uomini a disposizione. Anche se qualcuno soffrirà in panchina. Finora gli attaccanti ci hanno dato un grande aiuto e in momenti diversi, tutti decisivi».
Il fine giustifica i mezzi: campionato e Champions. Sembra un ritornello, ma è l’accoppiata dei sogni. Mancini carezza un futuro a lungo termine per l’Inter. Invece sul suo futuro attende di lasciar passare il derby: dopo la sfida col Milan, sarà disponibile alla firma o alla sorpresa di un rifiuto. Poi c’è una voglia che non è da megalomane, ma la dice lunga circa le sue attese. «Se penso ad una grande squadra penso a quel Real degli anni sessanta che vinse tutto, ricordato perché era la squadra di Di Stefano, ma anche per le coppe e i campionati che vinse. Oppure penso all’Inter di Herrera. Noi dobbiamo avvicinarci il più possibile a quelle squadre. Per farci ricordare in futuro, come noi ricordiamo loro. Prendiamo esempio dall’Inter anni sessanta e speriamo fra 30-40 anni di esser presi anche noi ad esempio». Già, ma allora in infermeria c’era il dottor Quarenghi. Che andava d’accordo con Herrera, con Moratti,e resuscitava i giocatori. All’occorrenza.