Mancini: «Che voglia di lasciare l’Italia»

Riccardo Signori

Pomeriggio umido, una pioggerellina fitta e autunnale inzuppa i giocatori ad Appiano. «Piove sul bagnato», ammicca Facchetti tanto per toglier di dosso un po’ di tensione a tutti. Fuori, all’ingresso del centro d’allenamento nerazzurro, non c’è un’anima, ma penzola un lungo striscione giallo, allegro quanto la faccia stampata di Cristiano Zanetti a cui è rivolto. Dice: «Buon compleanno». Ieri il «gran traditore» compiva 29 anni. Con un graffio in testa. C’è voglia di cancellare sangue e ricordi, insulti e paure. Non tanto dimenticare, quanto ritrovare una normalità. Ci hanno provato i giocatori, molto meno Moratti, che si è negato alle tv. Oggi l’Inter tornerà a giocare: Udine, coppa Italia, semifinale di ritorno. Riparte dall’1-0 dell’andata. C’è una finale da conquistare. Un déjà vu, però meglio che niente.
In società sono arrivati centinaia di messaggi di solidarietà. I tifosi sono delusi, arrabbiati, pronti a disertare le partite, non a mischiarsi con i cani sciolti della violenza. «Questo è solo calcio, sempre una partita», la voce roca e un po’ scorata di Mancini riporta alla realtà. Il tecnico nerazzurro ieri non aveva voglia di parlare di quella storia che la società tende ad anestetizzare. C’è sempre stato il calcio del lancio di pomodori e ortaggi, il calcio degli insulti velenosi e dei fischi, purtroppo anche il calcio di chi lanciava le pietre. Gli uomini non sono cambiati, anzi peggiorati. Il pallone non è più il mondo degli striscioni romantici come quello che ieri ha accolto Cristiano Zanetti. Mancini lo ha ricordato con delusione. «Mi sono stancato di queste cose, voglio parlare di pallone. Anche quello che non c’è più. In Italia non capita più che si veda una partita e, se si perde, si vada a casa delusi e basta. Ormai questo calcio non esiste e non esisterà più». Lo dice con la delusione di chi ama questo mondo. «Lo amo per passione, e non per i soldi come qualcuno stupidamente pensa. Ma il calcio è diventato così perché c’è chi lo ha fatto diventare così».
Non fa nomi e cognomi, ma l’accusa può puntare a largo raggio. Basta andare per intuito: dai poteri forti pallonari ai giornalisti in quanto categoria (ma di solito è più difficile scoprire chi non ce l’ha con i giornalisti). Da questo fiume di amarezza ne deriva la considerazione conclusiva, lo strappo che l’allenatore medita da qualche tempo: andare ad allenare all’estero dopo 27 anni di Italia. «La voglia aumenta. E se mi mandano via questa cosa sarà accelerata. È una certezza. Il calcio è molto peggiorato. Queste cose non accadono solo all’Inter. Chiunque, giocatore o allenatore, soffre per una sconfitta come quella di Villarreal, però la delusione può durare solo qualche giorno. Poi si ha il dovere di pensare al futuro».
Il futuro nerazzurro parla di Udine e di derby. In Friuli non ci saranno Veron, Stankovic e Adriano, l’uomo che deve sentir molti rimorsi per la brutta stagione nerazzurra. Ieri Facchetti lo ha ascoltato e catechizzato per l’ennesima volta. Quello ha promesso fedeltà alla causa e la voglia di recuperare per il derby dove non ci sarà nemmeno Cruz (squalificato). «Non avere l’argentino è una gran fregatura. Credo difficile il recupero di Adriano: in questi giorni si è allenato poco», ha spiegato l’allenatore, che poi ha escluso litigi o fatti personali con il brasiliano. Ma il futuro nerazzurro chiede pure la chance di non venir più coinvolto in storie al limite della malavita sportiva: negli ultimi anni l’Inter s’è vista troppe volte rovesciar in faccia accuse e fattacci, senza mai saper controllare i suoi tifosi o presunti tali. È già così difficile controllare gli avversari.
Tutto torna al pallone ed ai suoi ghiribizzi, ma anche alle mille anime che scuotono la società. Continuano a ronzare i partiti pro e contro l’allenatore, anziché pensare a metter ordine tra i giocatori. Mancini ha pure spiegato le scelte per cui è stato accusato a Villarreal. «Ho messo Mihajlovic perché può essere utile un giocatore dal lancio lungo, quando una squadra fatica a creare un’azione da gol. Ci sono state squadre che, per anni, hanno basato su questo il proprio gioco. Ho tenuto Materazzi in campo perché nelle mischie d’area, sul corner, poteva segnare di testa. Era una soluzione in più. Invece ammetto che avrei potuto inserire Cruz un po’ prima».
Si parla di calcio, ma si pensa agli incappucciati. In attesa del derby. Di chi?