Mancini e la prima sfida scudetto «Siamo come il Milan di Sacchi»

Riccardo Signori

nostro inviato

ad Appiano Gentile

Mancini non ha la valigie pronte, Moratti non ha il salvadanaio aperto (Marca, quotidiano spagnolo lo accredita di una proposta-idea da 100 milioni di euro per Messi, il golden boy del Barcellona) e l’Inter non ha intenzione di far sorprese a nessuno, nemmeno al campionato. La sorpresa è già nella partita di stasera: la sfida scudetto che nessuno ha visto o pensato mai. La prima di quelle poche che, quest’anno, regalerà la seria A. A Palermo hanno già fatto l’affare: stadio esaurito, un incasso per la storia (845.454 euro) e il buon ricordo. Le televisioni collegate hanno previsto un centinaio di milioni di spettatori via etere: ci saranno 180 Paesi a guardare. Guidolin e Zamparini potranno raccontarlo a nipoti e pronipoti, se la vita non avrà nulla in contrario.
Palermo-Inter racchiude due mondi del pallone e una proposta di successo: meglio la squadra tutto sprint, schemi e gioco godibile di Guidolin? O meglio le stelle filanti e cotillons della gente nerazzurra? Ieri Mancini ha cercato di scrollarsi di dosso l’unico malessere di questi mesi in cui ha sommato otto vittorie su otto. L’accusa: l’Inter vince ma non gioca bene, si affida ai suoi solisti. La prima risposta è la più spontanea: «Questa è una gran bugia». La spiegazione si aggrappa a Sacchi, che poi è l’ultimo latore dell’accusa. E ci riporta a qualche verità storica sul Milan. «Il Milan di Sacchi a volte dava spettacolo e, a volte, vinceva solo 1-0. Come noi. Ma questo non voleva dire che non facesse spettacolo. Era una squadra solida che si sapeva difendere benissimo, alla quale era difficile fare gol. È capitato anche a noi. Con la Reggina forse abbiamo rischiato nel primo tempo, in altre partite abbiamo fatto meglio. Piuttosto un piccolo difetto c’è: dopo aver segnato, non chiudiamo la partita e lasciamo restare a galla gli avversari fino al termine». Sottinteso: stasera vediamo di essere sbrigativi. Solisti o non solisti. «Anche perché le grandi squadre hanno sempre avuto giocatori che fanno la differenza, se una squadra vuol vincere non può avere calciatori mediocri».
L’Inter vuol vincere anche stasera. Non tanto perché tenga a questo record, grazie al quale Mancini potrebbe superare Simoni. «No, entrare nella storia per nove o dieci successi di fila non mi interessa. Entri nella storia se vinci qualcosa di importante». Simoni gli ha fatto sapere che la sua Inter segnava di più. Replica con un sorriso. «Calma, abbiamo ancora 26 partite, magari da qui alla fine segneremo tante reti. Eppoi Simoni aveva in squadra il miglior attaccante del mondo in assoluto in quel momento. Parlo di Ronaldo: era tutto».
Oggi l’Inter ci proverà con Ibrahimovic e Crespo, ritroverà Cambiasso a centrocampo («Non giocherà tutta la partita»), userà la tattica vincente delle partite che contano: tre uomini solidi dietro a Stankovic. Nelle grandi sfide di quest’anno la squadra ha sempre vinto. Si è presentato ad Appiano pure Moratti, nel solco di una buona tradizione. Anche questo fa credo. Qualcuno dice: l’Inter è più lenta del Palermo. Mancini risponde: «In supercoppa contro la Roma abbiamo rimontato giocando veloce». E riassume: «Qui sarà una partita dura. Loro, in attacco, sono diventati pericolosissimi con l’acquisto di Amauri. Si parte alla pari, conterà sfruttare le occasioni. Il Palermo ha tanto entusiasmo».
Il resto è nelle stelle: quelle calcistiche in maglia nerazzurra e quelle che accompagnano le lune di Mancini. Il tecnico ha smentito le voglie, a lui attribuite, di vincere lo scudetto e andarsene. «Mai detto: vinco lo scudetto e me ne vado. Ho detto una cosa banale: via dall’Inter vado in Inghilterra. Il loro calcio è più divertente ed ha meno polemiche di quello italiano». Mancini ha un contratto fino al 2007, rinnovato automaticamente in caso di scudetto. Ma, dice lui, c’è altro cui pensare. «Non abbiamo bisogno di parlare di contratti. Abbiamo sei-sette mesi molto difficili, i cicli possono durare o smettere, la cosa più importante è vincere. Conta molto di più». E questa è l’unica tattica sulla quale l’allenatore e l’Inter cercheranno di non avere mai smentite.