Mancini, Moggi e la paura della solitudine

N o, non cambia molto. Ha ragione Roberto Mancini, tecnico dell’Inter pietrificata a Siena. Il campionato era chiuso prima ed è ancor più chiuso adesso. Mancini non sa mentire, e infatti ha pronunciato in tv il suo anatema dell’Epifania («Non cambia molto») con la voce rotta di chi ha perso gli amici e la corriera. Così l’Inter vincente di dicembre diventa una squadra pareggiante a gennaio, nel solco della sua decennale tradizione di inattendibilità a medio termine.
Svanita la minaccia della Milano più bohémienne (e con la Milano più affidabile a distanza di sicurezza), Fabio Capello se la può giocare a scopone con gli amici davanti al camino. È riuscito persino nell’impresa di recuperare Adrian Mutu. Cosa tutt’altro che semplice, basti ricordare in quali bassifondi era finito il romeno a Londra. Adesso sembra un guerriero della notte, capace addirittura di sostituire Nedved. È l’aria di Torino, è la repulsione sabauda per il divertimento; lì dopo le cinque torni ad allenarti dalla disperazione. Per mettere alla prova la sua fama di messia che fa risorgere gli ex giocatori, Capello potrebbe provare con Vieri.
Mai vista una Juventus più sicura di sé. E noi siamo qui a ripetere concetti identici a quelli di un mese fa. Forse per l’effetto obnubilante del mascarpone, forse perché è questo povero campionato a ripetere all’infinito il suo unico leit motiv: Signora dominante, gli altri su un pianeta di periferia. Un posto freddo e triste, dove basta un gol di straforo per annunciare prematuri ritorni (la Roma di Spalletti); dove è sufficiente un abbassamento di forma per trasformare una macchina da gol in un triciclo (la Fiorentina con Toni in affanno); dove il miglior calcio lo gioca il Chievo; dove Aldo Spinelli, partito qualche decennio fa su un’Apecar al porto di Genova, può arrivare in Champions league.
E dove il Milan, con rispetto parlando, può permettersi di giocare e vincere scendendo in campo con dieci uomini. Cioè senza il portiere. Perché ormai è un dato di fatto: dopo il petardone dell’Euroderby, Dida è diventato un citofono. Sarà poco elegante, ma Ancelotti potrebbe anche farsi restituire Abbiati, infiocchettato per la Juventus con troppa nonchalance. La Juventus, beata lei. E beato Mancini che un giorno ha pensato di fare la rivoluzione. Allora ha convocato la stampa e ha detto: «Moggi ha paura». Sì, di morire di solitudine.