Mancini non molla Adriano in panchina «Conta il campo»

Contro il Catania gioca Cruz. Il tecnico: «Credo negli allenamenti e nella professionalità. Il Valencia? Non ci ha destabilizzato»

nostro inviato

ad Appiano Gentile

Più facile far perdere la testa al Valencia o farla ritrovare ad Adriano? Quiz che vale una stagione. E magari per l’Inter una qualificazione. Oggi comincia il post Valencia o la lunga attesa del Valencia, conforme ai punti di vista. E continua l’espiazione di Adriano. «Va in panchina», ha detto Mancini, senza mezzi termini, senza giocare con le parole. Non è un crucifige, ma solo una garanzia: ora il brasiliano dovrà conquistare, o riconquistare, tutto con fatica, sudore, buona condotta.
Il tempo del perdonismo è finito. Perfino Moratti si è tolto il guanto di velluto. Non basteranno più i soliti occhi bassi, le scuse che Adriano ha imparato a raccontare in tutte le maniere. Mancini ha evitato fustigazioni pubbliche, ma ha fatto intendere. «Guardo a quello che mi dice il campo, il campo non sbaglia. Mi spiace vengano fuori altre cose. Ora va in panchina, poi vedremo». La festa di compleanno, ma soprattutto la solita sbandata notturna del giorno dopo, peseranno sul bilancio di fine anno nel quale è inclusa la possibilità di vendere il brasiliano. L’anno scorso era lui a volersene andare, quest’anno potrebbe capitare il contrario.
Adriano non ha destabilizzato l’ambiente. «Ma neppure il Valencia», ha soggiunto Mancini. Però l’aspetto comportamentale della compagnia nerazzurra ad alto indice di vita notturna non è piaciuto. L’allenatore e Moratti ne hanno parlato, la linea è soft, ma i particolari non sono sfuggiti al tecnico: «Ognuno si comporta come meglio crede. Si poteva fare più attenzione alla vigilia della partita con il Valencia. Io credo nella professionalità, non vado a controllare quello che succede. Ora spero che tutti mettano quanto non si è messo nei tre-quattro giorni prima della partita con il Valencia». Il cammino verso il ritorno di Champions parte da un campo neutro, dall’idea di finire nel gorgo di un numero (vittoria numero 17) che tanti vedono come un gatto nero e dall’idea di ritrovare il proprio machismo di squadra un po’ intaccato dalle sventole indigeste degli spagnoli. Mancini ha cercato di riportare l’Inter nella normalità, ad evitare fibrillazioni inconsulte. «Sapevamo che sarebbe stata dura, il risultato ci fa partire svantaggiati, ma nulla è cambiato». E nulla dovrebbe cambiare oggi. «Contro il Catania sarà una partita difficile per tre ragioni: lo stadio a porte chiuse, il buon gioco degli avversari e la necessità di vincere per aumentare il distacco in campionato».
Ormai è proprio Inter contro tutti: contro gli avversari in campo, contro la maledizione Champions e contro tutti i sorrisini di coloro che vorrebbero vederla eliminata per dimostrare che il campionato è uno scherzo, l’Europa non altrettanto. Inter formula Juve, cioè antipatica e magari invidiata. Mancini ha annusato l’aria, ma guarda la faccia positiva della storia. «È il risultato di tutto quanto successo in questi mesi, cose che si dicono contro chi continua a vincere e in questo senso mi sta bene. Però non credo che peserà sul nostro obbiettivo futuro». Invece l’immediato è legato ai gol per battere il Catania. Adriano in panchina, Cruz in campo con Ibrahimovic: il silenzioso goleador dalla faccia triste non tradisce mai. In Champions ha la miglior media gol, in campionato ha sommato solo sei presenze e due reti, la metà di quelle di Adriano che ha giocato un numero di minuti quattro volte superiore ai suoi. L’Inter riparte dai primi 70 minuti contro il Valencia. «Quasi perfetti». E da un centrocampo con gli uomini contati: fuori Vieira, Cambiasso e Dacourt (squalificato), Figo a mezzo servizio (l’alternativa è Grosso). «Ci è capitato anche due-tre mesi fa, ma ce la siamo cavata bene. Avremo sempre 11 buoni giocatori da mandare in campo». Uno solo da mandare in discoteca.