Mancini sbaglia sull’indulto e su di me

Egregio Direttore,
palesemente a Pietro Mancini (vedi il Giornale del 1° agosto) il provvedimento di indulto, approvato dal Parlamento e fortemente voluto da Ds e Forza Italia, da Udc e Margherita, da Rifondazione e Verdi, non piace. Non piace affatto: anzi, gli fa un po’ schifo. Non sorprende, dal momento che quella misura non è apprezzata, diciamo così, da più d’uno. Nel merito, tuttavia, mi limito a due sole considerazioni. È vero che l’indulto si applica anche agli «spietati assassini» come Pietro Maso e Ruggero Jucker, ma onestà vorrebbe che si precisasse che il primo ne beneficerà nell’agosto del 2015 e il secondo nel luglio del 2015.
Per quanto riguarda, poi, le affermazioni del Capo dello Stato, Mancini si dimentica di citare la prima parte del discorso di Giorgio Napolitano a proposito dell’indulto («Un provvedimento di clemenza e d´urgenza volto a lenire una condizione intollerabile di sovraffollamento e degrado nelle carceri»), e si ricorda solo la seconda (il richiamo alle «riforme: per cambiare il sistema delle sanzioni»). Quest’ultima considerazione è interamente condivisibile, ma va detto molto semplicemente che «le cause della crisi», di cui parla Mancini, non possono nemmeno essere affrontate se l’affollamento delle carceri resta quello attuale. Da qui l’indulto: come ineludibile primo passo. E infine. Mancini ricostruisce la mia biografia, attribuendomi - tra l’altro - una «vicinanza» al «craxiano Claudio Martelli». Non ho nulla contro Martelli, ma mai gli sono stato «vicino». L’unico leader socialista al quale sono stato un po’ vicino, sotto il profilo umano, è stato Giacomo Mancini, negli ultimi anni (amari, sotto alcuni aspetti) della sua vita. Come sa qualche suo familiare.
Grazie dell’ospitalità
Luigi Manconi
sottosegretario alla Giustizia