Mancini: "È uno scudetto vinto senza intercettazioni"

"Che carica dopo il derby. Se conquisto la Champions la dedico a Mantovani, un uomo importante per me"

Siena - Fatica a sorridere. Ma è una forma di pudore. Roberto Mancini, allenatore campione d’Italia, è uno che veste finalmente la maglia dell’Inter sul campo, in mezzo a giocatori e tifosi, si lascia trascinare dal bello della festa, indossa il nerazzurro su quell’eleganza d’ordinanza che gli ha attirato battutacce e invidie. E dopo confessa: «Mi sarebbe piaciuto giocare nell’Inter e mi sarebbe piaciuto giocare in questa squadra: mi diverte e mi sarei divertito». Al posto di chi? Esclude Ibrahimovic. «Troppo grosso».
Quarantatré anni ancora non compiuti, uno scudetto all’occhiello, eppoi quattro coppe Italia, due supercoppe di Lega, uno scudetto a tavolino, oltre a ciò che ha vinto stando in campo. Il curriculum si fa lungo e pesante, ma tutto il mondo Mancini ieri è rimasto in bilico tra sobrietà e sfacciataggine, tra una battuta di spirito ed un’altra al veleno. Sussurra: «Emozione immensa». Ma basta parlargli di scudetto più povero, per sentir unghie graffianti. «Non credo ci saranno intercettazioni, quindi siamo a posto». Momenti in cui riepilogare qualcosa. Il ricordo di Facchetti: «Un successo dedicato a lui e a tutti gli interisti del mondo che hanno atteso tanto». Ma non solo. Il calcio degli scandali gli è rimasto dentro come una ferita, gli ha lasciato la delusione del bambino a cui è stato rubato il gioco più bello. «Questo scudetto vale anche per tutti gli allenatori che mi hanno preceduto, per i giocatori passati che hanno avuto sfortuna. E sto usando un eufemismo. Solo adesso abbiamo capito perché».
Mancini in certe cose non perdona, ma capisce. Capisce, per esempio, quelli della Juve. Dice: «Non parlo di Lippi». E non ha una bella faccia. Poi aggiunge: «Sono contento che il prossimo anno ci sia anche la Juve in serie A, perché credo che i suoi giocatori non meritassero quanto è accaduto. E fanno bene a dire che loro hanno vinto sul campo. Li capisco. Hanno ragione».
A poco a poco, rispolverando i ricordi, Mancini si fa attore e protagonista. Nel siparietto insieme a Moratti davanti alle tv. «Mi ha rinnovato il contratto per quattro anni più uno? Se lo dice lui, è vero». Ridacchia perché ha deciso di lasciare la vetrina al presidente. «Se lo dice lui, io sono felice». Lo coccola: «I meriti sono suoi per la squadra costruita e dei giocatori che vanno in campo». Ha già in testa cosa chiedergli. «Qualcosa per migliorare. Abbiamo fatto errori, era impossibile non commetterne». Ha già in testa cosa vincere. Parla della Champions per ricordare un uomo che nel calcio lo ha reso felice. «Se la vinceremo, sarà dedicata anche a Paolo Mantovani, per me una persona particolare».
Molto intimista anche nel modo di proporre i suoi affetti. Illuminante quando gli chiedono quale sia fra i tanti gadget dell’Inter, quello che preferisce. Dice: «Il pallone». Senza dubbi e con quel rimpianto che ogni tanto traspare. «Peccato non aver giocato nell’Inter. C’è stato un momento che c’ero quasi. E forse avremmo vinto prima». Dice pallone e intende il divertimento, la libertà di sprigionar fantasia. Quella che cerca oggi in panchina. Spiega: «Faccio l’allenatore perché mi diverte veder giocare, vedere giocatori fare i numeri, mi diverte il bel gioco. Ed è importante aver vinto, coronamento faticoso di una strada dura».
Fra le asprezze mette la difficoltà a stare su quella panchina. «La cosa peggiore? Sopportare le stupidaggini che si dicono intorno all’Inter. Basta un pari per scatenare tutti, per dire che litigo con i giocatori. Odiato perché non faccio giocare qualcuno, ma allora tutti gli allenatori sono odiati. Con l’Inter ci sguazzano, e so che le cose non cambieranno anche se abbiamo vinto con onestà questo scudetto».
Dice scudetto, eppoi snocciola l’opera in tre punti. «Squadra con giocatori importanti, voglia di vincere e derby: la partita che ci ha dato grande forza». Dice derby, ma poi aggiunge che non esiste una partita sola. «È stato decisivo il periodo tra novembre e dicembre». È stato decisivo Materazzi ieri. Mancini gli regala una parola in più, non l’attestato di uomo copertina. «Ingiusto fare nomi, non è un solo giocatore che decide: è stata forte tutta la squadra. Certo, Materazzi aveva iniziato vincendo in nazionale ed ha chiuso con lo scudetto».
Matrix aveva cominciato da riserva, ha chiuso da numero uno. Come Mancini: da riserva di Capello ad erede di Helenio Herrera. Vale più di un contratto.