Mancini, il Sud e la «cattiva moneta» della sinistra

La politica senza cultura e dignità, ridotta a «questione immorale» permanente e trasversale. I partiti riconvertiti in consorterie affaristiche. La sovranità del diritto ridicolizzata dai poteri di fatto. Pietro Mancini, giornalista e figlio dell’ex segretario socialista Giacomo, mette insieme fatti di cronaca, vicende giudiziarie, aneddoti da Transatlantico e ricordi personali (è stato anche sindaco di Cosenza) in un saggio amaro ma necessario.
La questione immorale (Luigi Pellegrini Editore, pagg. 176, euro 15) racconta di una legge elettorale definita «una porcata» dal suo stesso estensore, di scandali e sprechi nelle Regioni e negli enti locali, di liste di partito compilate con lo stato di famiglia. Colpiscono in particolare le pagine sulle regioni del Mezzogiorno. Le praterie di clientele camuffate da nuova classe dirigente. Le piccole satrapie locali elette a modelli di buongoverno. I rinascimenti... medievali. Dove le nomine nelle aziende sanitarie vengono lottizzate per rigida affiliazione partitica (illuminanti le intercettazioni pubblicate nel primo capitolo del libro) e la gestione del business dei rifiuti è affidata a dirigenti politici che dovrebbero garantire l’interesse pubblico.
Mancini dedica una particolare attenzione alla Calabria, «terra di trasformismi e di ribaltoni caserecci». E non solo per «competenza territoriale», essendo l’autore calabrese. L’incredibile viluppo di interessi che in quella terra inquina la politica e l’impresa - che di tanto in tanto arriva a conoscere la ribalta nazionale, come per il delitto Fortugno - in questo libro si arricchisce di un vissuto del tutto originale: riflessioni a metà tra cronaca e autobiografia politica.
Nell’ultimo capitolo, Mancini rammenta le conversazioni con il padre Giacomo, morto nel 2002. «Negli ultimi anni era molto deluso per il fatto che la sinistra dimostrava di non seguire, nella gestione del governo e nelle cure del sottogoverno, le lezioni di un alto impegno dei grandi meridionalisti: Dorso e Salvemini, in primis. Era tormentato dal pensiero che i capi dei partiti della sinistra storica assistessero, senza batter ciglio e senza ribellarsi, alla vera e propria trasformazione genetica, soprattutto nel Mezzogiorno, del dirigente e dell’amministratore politico di sinistra. (...) Amava ripetere una considerazione: anche in politica, ormai, la moneta cattiva ha scacciato la moneta buona». Ecco. Dopo aver letto questo libro resta la sensazione che il meridionalismo sia morto da un pezzo, ma la questione meridionale sia più viva che mai.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it