Mancino: "Il lodo Alfano? Misura giusta"

Il vicepresidente del Csm ritiene legittimo lo scudo per le alte cariche dello Stato e ricorda: "Il ministro ha già tenuto conto della Consulta". Il Guardasigilli: "Molto corretto"

Roma - Nicola Mancino lo vuole proprio dire, anche se la sua intervistatrice sembra non voler sottolineare quella risposta: «Il lodo Alfano è un provvedimento giusto». Il faccia a faccia su Raitre con Lucia Annunziata, nella trasmissione «In mezz’ora», dà al vicepresidente del Csm l’occasione di spiegare che un provvedimento che sospende i processi delle 4 alte cariche dello Stato, «per il tempo strettamente necessario al loro mandato», ha una sua ragion d’essere. Offre, dice Mancino, una «via d’uscita» a una situazione di possibile impasse istituzionale: «Non è giusto che Berlusconi, che ha vinto le elezioni, si debba presentare in parlamento e dire “volete che segua i procedimenti o che svolga il mio mandato?”».

Sui giudici di Milano, che per la seconda volta hanno inviato alla Consulta il lodo, il numero due di Palazzo de’ Marescialli non dà giudizi, ricordando solo che il lodo Alfano, finché la Corte costituzionale «non lo dovesse dichiarare incostituzionale è legge dello Stato».Mancino che a luglio, subito dopo il varo, aveva auspicato una legge costituzionale per «rafforzare» il lodo, aggiunge: «Non so quando deciderà la Corte, ma è stata un po’ l’apripista di una soluzione un po’ diversa rispetto al lodo Schifani, tant’è vero che il ministro della Giustizia ha sempre detto di aver tenuto conto per intero delle valutazioni fatte in una precedente sentenza della Consulta».

Forse Mancino adesso pensa che questo allontani una bocciatura? Comunque, nega che il ricorso all’Alta corte per la legge firmata da Giorgio Napolitano comporti una critica al Quirinale. «Non è la prima volta che una legge viene portata davanti alla Consulta, né sarà l’ultima anche di questa legislatura. Ognuno fa la sua parte» e  le istituzioni «non possono essere messe a soqquadro con polemiche a volte pretestuose». Per Mancino, «il capo dello Stato «ha ritenuto che il provvedimento meritasse la sua firma», ma «se un magistrato ritiene che si debba andare davanti alla Corte costituzionale questo non lede il prestigio e l’autonomia di un organo di grande importanza».

Dal suo ruolo istituzionale, «fuori dalla politica», Mancino invita le forze politiche a cercare il dialogo con «senso di responsabilità» e i parlamentari (riferendosi a Niccolò Gredini), a evitare commenti sulle decisioni dei magistrati che rischiano di ostacolare il cammino della riforma della giustizia. Distingue poi il Csm dall’Anm e lancia una stoccata all’opposizione: «Deve essere più propositiva in parlamento, per stimolare la maggioranza ad accettare il confronto senza il quale è difficile risolvere le questioni». Altrimenti, si arriva solo a riforme «che durano l’arco di una legislatura».

Su quella che riguarderebbe il Csm, Mancino dice un chiaro no allo sdoppiamento del Consiglio per giudici e pm, con la separazione delle carriere e si augura che la maggioranza non vada avanti su questo punto. Che il Csm sia unitario e presieduto dal presidente della Repubblica, avverte, è «un vantaggio per il Paese». Puntiamo all’«effettiva parità tra accusa e difesa», gli risponde il Guardasigilli Alfano, apprezzando la correttezza istituzionale di Mancino nel riconoscere la necessità del lodo.