«È il mandante del delitto nella bisca Palmanova» Processo per Totò Riina

Alfio Trovato non saprà mai di essere stato ammazzato per ripiego, così, solo perché i killer arrivati da Palermo a Milano su ordine di Totò Riina qualcuno dovevano ammazzare, e non trovando nessuno altro di quelli sulla lista si accontentarono di ammazzare lui. Racconta Salvatore Facella: «Vista la difficoltà di reperire Jimmy Miano, decidemmo di puntare su Luigi Di Modica. Organizzammo diversi appostamenti ma non riuscimmo ad individuare neppure Luigi Di Modica. A questo punto decidemmo di uccidere un altro componente del gruppo di Jimmy Miano che controllava la bisca all'aperto che si trovava in fondo a viale Palmanova, tanto che veniva chiamata bisca Palmanova». Lo ammazzarono a pochi passi dalla bisca, crivellandolo di colpi sulla sua Polo metallizzata. Era il primo pomeriggio del 2 maggio 1992.
Sono passati diciott’anni, e la facilità con cui Cosa Nostra in quegli anni seminava morte a Milano appartiene ad un passato che sono in pochi a ricordare. Ma la giustizia certe pratiche non le chiude mai. Ed ora viene rinviato a giudizio, per quell’omicidio ormai perso nelle nebbie del tempo, l’uomo che più di ogni altro ha incarnato il potere criminale di Cosa Nostra: Salvatore Riina detto Totò, per dieci anni Capo dei Capi, oggi ospite del reparto di massima sicurezza del carcere di Opera. Raccontano i pentiti che a scatenare la furia di Riina fu il fatto che, di fronte alla sua ennesima intromissione nelle vicende milanesi, gli venisse risposto senza troppi complimenti di farsi i fatti suoi.
Insieme a Riina, per l’assassinio di Alfio Trovato è stato rinviato a giudizio dal gip Giovanna Verga anche Robertino Enea, uno dei proconsoli storici della mafia palermitana sotto la Madonnina. Il processo a Riina ed Enea comincerà il prossimo 16 giugno, davanti alla Corte d’assise.
Va detto che Riina - il quale in genere ha il buon gusto di non proclamarsi vittima dell’ingiustizia - questa volta ha fatto sapere che lui con l’ammazzamento di Trovato non c’entra niente, «neanche sapevo chi fosse», e che pertanto intende difendersi udienza per udienza. Ma significativo è anche che un folto gruppo di boss e di gregari, imputati di questi ed altri delitti milanesi, scelga invece la strada del giudizio abbreviato: tra questi c’è Leoluca Bagarella, cognato di Riina, accusato anche lui dell’omicidio Trovato, che con il rito abbreviato tenta se non altro di limitare i danni.
Le indagini sul tanto sangue sparso a Milano in quegli anni sono state riaperte dal pubblico ministero Marcello Musso sull’onda di una serie di testimonianze di pentiti siciliani: alcuni di gran nome, come il terribile Giovanni Brusca, l’uomo del telecomando di Capaci, e poi sottocapi, killer, manovalanza o poco più. Filo conduttore di tutti quei delitti, la ferrea legge di Cosa Nostra, la volontà dei «corleonesi» - Riina e Provenzano in testa, i contadini divenuti il nuovo gotha dell’onorata società - di sterminare ogni forma di dissenso, qualunque ostacolo che dentro o fuori l’organizzazione, al sud come al nord, si frapponesse al loro potere assoluto. Tra le vittime designate, il clan dei «cursoti», la gang catanese che si sottraeva al controllo di Nitto Santapaola, boss alleato di Riina.
A Milano il capo dei cursoti era Jimmy Miano, pard negli anni Ottanta di Angelo Epaminonda, «il Tebano». Ed ecco come i pentiti raccontano la decisione di fare dei cursoti materiale da autopsia: «Riina aveva dei motivi suoi per volere l'eliminazione di Jimmy Miano; in primo luogo, infatti, Miano si era posto contro Faro e Marano, in qualche modo legati a Cosa Nostra e quando Riina era intervenuto per appianare il contrasto Jimmy Miano gli aveva risposto di farsi i fatti suoi; in secondo luogo, un certo «Rambo» di Catania, aveva ucciso a Gela un avversario insieme con moglie e figli, cosa inconcepibile per Cosa Nostra e quindi Riina aveva disposto che questo Rambo venisse ucciso; Miano condivise questa decisione ma successivamente lui e Turi Cappello presero questo Rambo nel loro gruppo». Una insubordinazione da lavare col sangue, ma invece di Miano ci andò di mezzo il povero Trovato: che non era uno stinco di santo, ma che con la decisione di pestare i calli a Riina c’entrava probabilmente poco o nulla.