Il «mandante morale» sotto accusa

RomaDi averla fatta veramente grossa, stavolta, se ne è accorto anche lui.
Così a sera Antonio Di Pietro tenta goffamente di giustificarsi, mentre su di lui piovono giudizi di fuoco e accuse di essere il «mandante morale» dell’aggressione al premier, e fa emettere in tutta fretta una nota in cui si «deplora e condanna fermamente» l’accaduto, definendolo «un gesto inconsulto e sconsiderato».
Troppo tardi, però. Tanto più che a tutti è subito tornato in mente l’avvertimento dipietrista di appena tre giorni fa: «C’è un clima di scontro di piazza. Se il governo continua ad essere sordo alle richieste dei cittadini, ci può scappare anche l’azione violenta». Un classico caso di self-fulfilling profecy, la profezia che si autoavvera.
L’azione violenta è arrivata, ed erano passati solo pochi minuti dall’assalto a Silvio Berlusconi, in piazza Duomo a Milano, che già l’ex pm dichiarava ai quattro venti che il Cavaliere se l’era ben meritata, e che se viene aggredito la colpa è sua: certo, «io non voglio che ci sia violenza, ma lui con i suoi comportamenti e il suo menefreghismo la istiga». E ancora, sempre a caldo: «Sul piano politico c’è un clima di esasperazione e di odio creato da chi ha nelle mani le redini del Paese e ne approfitta per fare soltanto i fatti suoi», e per portare avanti «il suo disegno eversivo, fascista e piduista». Avvertendo: «L’Italia dei Valori non permetterà che questo accada».
A chi gli ricorda la strana coincidenza con l’avvertimento dell’11 dicembre, Di Pietro replica stizzito: «Io ho segnalato l’esasperazione che ho avuto modo di notare nelle piazze, durante le manifestazioni. E ho lanciato l’allarme che il menefreghismo del governo, prima o poi, avrebbe rischiato di procurare reazioni negative. Non è prendendosela con me che si affronta il problema». Insomma, «non c’era bisogno di essere profeti: a forza di fregarsene dei bisogni degli italiani la situazione era al culmine, e qualcuno avrebbe potuto perdere la testa». Giustificatamente, par di capire.
Il centrosinistra tace imbarazzato sull’exploit del leader Idv, mentre Pier Ferdinando Casini (che solo il giorno prima lo aveva arruolato tra i fondatori del nuovo Cln anti-Berlusconi) si affretta a prendere le distanze e condanna la «violenza intollerabile» assicurando a Berlusconi la sua solidarietà «senza se e senza ma». Dal centrodestra è una valanga su Di Pietro. Per Fini, le sue dichiarazioni sono «inaccettabili: non si può in alcun modo giustificare un atto di violenza». «È un provocatore, sta scatenando una spirale di violenza», accusa Cicchitto. «Parole rivoltanti», bolla Roberto Formigoni.
Intanto i blog e siti legati a Italia dei Valori, a Beppe Grillo e ai girotondisti vari si riempivano di messaggi. «Chi semina vento raccoglie tempeste. Di mazzate», dice Gianluca. «Quando qualcuno si scaglia contro un potente compie un atto di giustizia, non di violenza: al lanciatore i nostri complimenti e sentiti ringraziamenti», approva Camillo. «Naturalmente ora tutta la casta si unirà a difesa del despota. Ribalteranno la realtà dicendo che rifiuteranno ogni forma di violenza. Non facciamoci intimidire», incita Alessandro da Parma. I più goliardici propongono di intitolare la piazza all’aggressore Tartaglia, altri lo invocano «santo subito». Roberto M. invita a fare un passo in più: «Berlusconi è il diavolo in persona, ne ha trovata un’altra per sviare l’attenzione. Il personaggio andrebbe eliminato fisicamente!». Mentre Scipione inneggia: «Berlusconi colpito al volto: giustizia di strada».