Mandela: trent’anni col «nemico»

Il «Colore della libertà» è la storia del rapporto tra il leader e il suo carceriere

Una bella storia, quella dell'amicizia fra Nelson Mandela (Dennis Haysbert), prigioniero, e il suo carceriere, il sergente James Gregory (Joseph Fiennes); una sceneggiatura, tratta dalle memorie di Gregory, adattate da Greg Latter e Bille August; una ricostruzione del Sud Africa 1968-1992 girata davvero lì; una bella capacità di sintetizzare un quarto di secolo: sono le doti del Colore della libertà - Goodbye Bafana («Arrivederci, amico») di Bille August, regista danese con due palme d'oro (Pelle e Con le migliori intenzioni). Raro poi che un carceriere diventi amico del prigioniero e August lo sa, avendo diretto anche I miserabili, dove Jean Valjean non trova requie da Javert. Ma soprattutto Il colore della libertà è un film chiaro, come una frase dove il soggetto preceda il verbo e il complemento oggetto. Non ci sono avanti e indietro nel tempo, non ci sono simbolismi, insomma si capisce tutto senza dover stare attenti come in una lezione di fisica. August non è un inventivo, però è sempre chiaro e il suo film spiega - in meno di due ore - un epoca di apartheid e rivolta, di fine della Guerra fredda e connessa fine del segregazionismo. Riferimenti a fatti anche presenti (Israele e palestinesi) non sono dichiarati, ma non c'è bisogno che lo siano. Le trattative fra governo bianco e opposizione nera sono quelle che hanno risparmiato il bagno di sangue stile Congo al Sud Africa. La saggezza maturata in carcere da Mandela non sarebbe però bastata, se il sistema dell'apartheid fosse crollato di colpo. Del resto, prima ancora che Mandela finisse in prigione, era evidente che la demografia aveva deciso la lotta: per governare non basta ritenersi superiori, occorre essere di più.

IL COLORE DELLA LIBERTÀ di Bille August, con Joseph Fiennes, Dennis Haysbert, 117 minuti.