Mandiamo in pensione lo Stato protettore

Il modo per fare più ricco il portafoglio dei dipendenti c’è: lasciare il Tfr in busta paga. Il Tfr in fondo è un’anomalia tutta
italiana. E' lo Stato paternalista che si preoccupa del futuro dei
cittadini

Quando Bossi ne parlò per la prima volta quasi nessuno lo prese sul serio. Sembrava un mezzo bluff buttato lì per tranquillizzare il popolo padano: «Ne ho parlato con Tremonti. Stiamo architettando una sorpresa per raddoppiare la busta paga degli italiani». Messa così, tra una frase e l’altra, assomigliava a un discorso dopo un mezzo colpo di sole. Fa caldo. Il Senatùr vaneggia. Come si fa a raddoppiare di botto lo stipendio? Boh. Forse Tremonti arriva con una bacchetta magica e esclama convinto: stupeficium. Oppure si torna alla lira. Duemila euro tornano quattro milioni di lire. Et voilà, il trucco è riuscito.
Invece, niente di tutto questo. Bossi non straparlava. L’idea è più seria di quanto sembri e il leader del Carroccio l’ha chiarita, evocata, a Ponte di Legno il giorno di Ferragosto. Magari è solo un miraggio di mezza estate, ma vale la pena di parlarne. Il modo per fare più ricco il portafoglio dei dipendenti c’è. Basta riprenderci le liquidazioni.
Il Tfr, come si sa, è parcheggiato in azienda o nei fondi di investimento. Se torna a disposizione degli italiani, subito, fa crescere le buste paga. È una rivoluzione copernicana. Il Tfr in fondo è un’anomalia tutta italiana. È lo Stato paternalista che si preoccupa del futuro dei cittadini. È un risparmio forzato per gli imprevisti della vita e per lunghi anni ha permesso all’azienda di avere liquidità in prestito da investire. Lo Stato in pratica ti dice: siccome l’uomo vive alla giornata, lo costringo a mettere da parte un po’ di soldi per la fine della carriera. La liquidazione, nell’era del posto fisso, era il gruzzolo che i padri hanno usato per comprare la casa ai figli o per godersi vacanze e crociere sognate per decenni. Era il capitale da investire in Bot o, per i baby pensionati, per cominciare a lavorare in proprio. Il Tfr, in pratica, era il simbolo di uno Stato etico che si preoccupava per te. Caro lavoratore, questi sono soldi tuoi, ma siccome non mi fido di te, poiché sei un po’ sciagurato, ti faccio il salvadanaio. Era uno Stato buono, sprecone e soprattutto generoso con i clienti dei potenti grandi e piccoli. A quei tempi la liquidazione era un lusso che in molti potevano permettersi, tanto dall’alto piovevano soldi a pioggia. Il welfare era per tutti, tranne per chi stava veramente male, perché fuori da ogni clientela e invisibile ai Palazzi. Quel sistema andava bene anche all’impresa, che si ritrovavano liquidità presa in prestito dai dipendenti.
Quello che stiamo vivendo è un altro secolo, un altro mondo. Sono vent’anni che annaspiamo di crisi in crisi. Forse è arrivato il momento per gli italiani di non stare più a balia. I soldi ci servono per campare. Ci servono maledetti e subito. Quel Tfr a futura memoria è un lusso che non ci possiamo più permettere. L’idea di Bossi porta in dote un aspetto positivo. Gli italiani sono costretti a crescere, a diventare più maturi. Sono responsabili dei propri soldi, di ciò che guadagnano e dei risparmi. Hanno capito che non si possono affidare alla pensione dell’Inps, ma devono integrare. L’ultimo passo è togliere le ipocrisie presenti in busta paga. Come diceva Pannella, qualche anno fa, serve trasparenza anche sul fisco. Via le trattenute alla fonte sugli stipendi. Paghiamo le tasse come gli autonomi. Non per evadere, ma per vedere quanto pesano le tasse. Questa magia di Bossi è ancora un’illusione e di certo non raddoppia lo stipendio. Una cosa però è certa: è ora di mandare in pensione lo Stato protettore. E un po’ magnaccia.