La «Mandragola» apre la stagione alla Corte

Francesca Camponero

A inaugurare il 18 ottobre la Stagione Teatrale dello Stabile è «Mandragola» di Niccolò Macchiavelli, una delle più grandi commedie del teatro italiano. «Un’affermazione di libertà ha detto il regista Marco Sciaccaluga - soprattutto per quanto riguarda il mondo femminile».
Il testo cinquecentesco non è solo attuale, ma riflette il futuro di oggi con sorprendente lungimiranza. Il protagonista, Messer Niscia, qui interpretato da un grande del teatro italiano, Ugo Pagliai, non è uno stupido, caduto nel raggiro della beffa, i suoi sentimenti sono messi in luce con l'adeguata comprensione per chi del desiderio di essere padre a tutti i costi ha fatto la sua ragion di vita. Così come il mondo descritto dal Macchiavelli nella commedia non va letto esclusivamente come degradato e corrotto. La sincerità con cui l'autore si avvicina all'osservazione delle passioni umane va vista nell'ottica innovativa di quello che poi sarà il grande teatro del'600 che esploderà poi in Shakespeare, in Marlowe, in Corneille.
L'essere posseduto dalla passione per una donna mai vista e conosciuta, ma soltanto raccontata, così come il dramma di non riuscire dopo sei anni di matrimonio con una donna giovane ad essere padre, sono due ossessioni che presentano l'animo umano nella sua fragilità e impotenza verso le emozioni. Da questo, inganno e cinismo sono un passaggio quasi obbligato per il raggiungimento dei propri fini, e si scatenano spietatamente intorno a quella che sarà la vittima sacrificale, Donna Lucrezia. Ma se tale donna può in primis destare compassione per la mala sorte, in seguito si vedrà riuscire comunque a trovare il modo per riscattarsi, rovesciando la sua posizione di vittima in quella di donna libera, in una società, che finalmente sembra aver scoperto che l'umanità non ha bisogno soltanto di Dio per compiere il miracolo della vita, il Rinascimento.
«Mandragola», messa all'indice nel periodo luterano, fu letta ripetutamente dal diciassettenne Carlo Goldoni, che da subito ne comprese non solo la genialità del testo, ma la novità caratteriale. Il teatro antico, infatti, con la commedia del Macchiavelli passa a rifondare l'arte della drammaturgia.
Massimo Mesciulam, che nello spettacolo di Sciaccaluga riveste il ruolo di Frà Timoteo, la avvicina ad una parabola, in cui bene e male sono connessi e aggrovigliati. L'innovazione scenica affidata a Valeria Manari, non svolge la vicenda in piazza come da testo, ma in interni, per cui è stata progettata e messa in atto una macchina di tipo leonardesco in grado di cambiare velocemente scene e colori con suggestioni metaforiche.