MANET Un rivoluzionario borghese

Scandalizzò la critica tradizionalista e fece da «padre» ai giovani impressionisti

Édouard Manet non era bello e “maledetto” come Modigliani né déraciné come Van Gogh. Era un uomo raffinato, appartenente a una famiglia dell’alta borghesia: padre funzionario d’alto rango del ministero di Giustizia, madre figlia di un diplomatico. Édouard, nato nel 1832 nella bella casa di rue des Petits Augustins a Parigi, vive bene in questo mondo ma ha come tutti i giovani le impazienze della sua età. Non è per nulla un brillante studente e nel 1847 viene bocciato al concorso per essere ammesso alla Scuola Navale. Nel 1849, invece di iscriversi all’École des Beaux Arts, entra nell’atelier di Thomas Couture. Sono anni di serio apprendistato, intervallati da viaggi in Olanda e in Italia, dove fa copie libere della Venere di Urbino di Tiziano e dell’Autoritratto di Tintoretto, ma studia anche e conosce Ingres e Delacroix. Nel 1859 invia al Salon il suo primo quadro importante, Il bevitore di assenzio, ispirato ad alcuni versi dei Fleurs du mal di Baudelaire. Ma la giuria lo rifiuta.
Gli anni Sessanta, però, segnano la sua ascesa di artista sempre più originale, anche se combattuto da una critica e da un pubblico assai conservatori. Il ragazzo con le ciliegie, Il ritratto dei genitori e soprattutto Il chitarrista spagnolo lo impongono all’attenzione di Degas e degli altri artisti più innovatori. Nel suo studio di rue Guyot, Manet, che non ha preoccupazioni economiche, lavora con rigore e senza fretta sui temi che più ama: la vita di Parigi, i caffè letterari, i teatri, gli spettacoli di danza dell’Hippodrome. Se la sua relazione con la pianista olandese Suzanne Leenhoff, che sposerà nel 1863, è ormai più che decennale, nella sua vita di artista e anche di uomo entra la fascinosa modella Victorine Meurent. Sarà proprio lei a posare per i due capolavori di Manet del 1863, La colazione sull’erba e Olympia, che suscitano un grande scandalo per la loro audacia, ma che lo impongono come il caposcuola della nuova pittura.
Paul Valéry, molti anni più tardi, colse perfettamente la natura dell’arte di Manet: «Il suo vigore, l’arte dall’apparenza talvolta brutale, l’audacia nella visione erano tuttavia l’emanazione di una natura innamorata dell’eleganza, penetrata intensamente dello spirito leggero di libertà che si respirava a Parigi». La colazione e Olympia hanno un’inquietudine che Zola, suo amico e difensore, descrive così: «Il suo viso di una irregolarità fine e intelligente annuncia, nel suo insieme, l’agilità, l’audacia, il disprezzo per la stupidità e per la banalità». Nel 1865 Manet si reca finalmente in Spagna, dove può ammirare dal vivo le tele di quel Velázquez che rappresenta «la realizzazione del mio ideale in pittura». Gli anni seguenti sono caratterizzati da opere di livello sempre più alto. Il Salon accoglie capolavori come il Ritratto di Zola, La colazione nell’atelier, Il balcone, La lezione di musica.
La guerra della Francia contro la Prussia, che lo vede volontario insieme all’amico Degas, interrompe solo per poco la sua attività, che riprende più fervida quando il famoso mercante Durand-Ruel gli commissiona e gli acquista venticinque tele. Ormai Manet è il maestro di un’intera generazione di pittori impressionisti. Se Pissarro dichiara che «Manet ha trasformato il nero in luce», Renoir riconosce che «Manet è importante per noi quanto Cimabue e Giotto per gli italiani del Rinascimento». Il ritrattista della vita parigina scopre il plein air e in opere come Sulla spiaggia, Le rondini, L’atelier galleggiante, La famiglia Monet in giardino a Argenteuil, gareggia, con le sue pennellate luminose, con il miglior Monet. La grave malattia che lo ucciderà nel 1883 non gli impedisce di darci gli ultimi capolavori: L’autunno e soprattutto il Bar delle Folies-Bergères, indimenticabile immagine di quel locale che fu il simbolo stesso della Parigi in cui visse, amò e morì.