Manette alla banda della «coca»

Alessia Marani

Ci sono anche due agenti di polizia penitenziaria e un ex maresciallo della Finanza nella rete di spacciatori e fornitori di droga a sud di Roma smantellata, ieri, dalla squadra mobile. Quarantotto le ordinanze di custodia cautelare emesse, decine le perquisizioni, trecento i poliziotti con unità cinofile al seguito impegnati nel blitz. A casa di Fabrizio e Sestina Fabietti, fratello e sorella di 29 e 39 anni, a Colli Aniene, gli uomini della Narcotici hanno bussato all’alba. I due, ritenuti a capo della «cupola», da tempo gestiscono nel quartiere un centro estetico-solarium divenuto in breve base per lo smistamento della merce, vale a dire cocaina e hashish. I due, perché tutto all’interno filasse liscio avevano assoldato un nutrito gruppo di «vedette». «Giovanissimi, spesso studenti bisognosi di qualche euro a fine mese - spiega il dirigente dell’antidroga, Giuseppe Macaluso - con il compito di controllare che nessuno ficcasse il naso. E che, soprattutto, per il fatto di essere incensurati e, quindi, insospettabili spesso finivano per avere il compito di custodire la “roba”. Il loro “favore” in cambio di soldi o dosi». Con i pusher, invece, fratello e sorella s’incontravano tre volte alla settimana per il «rifornimento». Si tratta di Fabrizio A., 30 anni, detto «pommidoro» (tuttora ricercato), impegnato a piazzare la «neve» nella zona di Tivoli, e di Claudio N., 43 anni, proprietario di una videoteca in viale Palmiro Togliatti. E proprio al Tuscolano si concentrava la sua «attività». Per indicare la droga si parlava di «una maglietta di Totti», oppure «una di Falcao», ossia di 10 grammi (come il numero 10 del capitano), ovvero di 5. Ma veniva definita anche «biglietto», «prosciutto», «pantalone». All’appello degli investigatori manca ancora «er faciolo», al secolo Maurizio C., 33 anni, considerato il fornitore di Fabrizio e Sestina. Ma come sono arrivati gli inquirenti alla banda del Tiburtino-Tuscolano? L’inchiesta paradossalmente comincia in carcere. In quello di Rebibbia, precisamente. Nel 2002 un detenuto muore per overdose. Uno scandalo interno sul quale cala subito il sipario. Almeno pare. Perché da lì a poco i «segugi» della mobile si metteranno sulle tracce di Alessandro Manca, 37 anni, guardia carceraria da dieci anni in servizio a Roma. È il 2004, Manca è sospettato d’essere invischiato in un giro di droga. Sul suo coinvolgimento diretto nella morte del detenuto, però, nessun elemento certo. Al contrario, i suoi «colleghi» di San Vitale accerteranno che è stato lui in un’occasione a fare arrivare droga nella cella di un recluso tramite il figlio di questi. E in poco tempo oltre la divisa salta fuori l’identikit dello spacciatore. «L’agente - spiega Alberto Intini, capo della mobile - si dava un gran daffare nel suo quartiere, a Ponte Mammolo. Non a caso, un mese fa al commissariato locale è arrivato anche un esposto anonimo firmato dalle “mamme di Ponte Mammolo” in cui era descritto come spacciatore abituale». Altro poliziotto penitenziario a finire in manette è Massimiliano Parisi, 30 anni. Mentre Domenico Fasciani, 37 anni - l’ex berretto verde - era già finito alla sbarra nel marzo scorso perché beccato dagli agenti del commissariato di Tivoli a spacciare droga a Guidonia Montecelio. A ripulire il denaro guadagnato ogni mese dalla gang (capace di mettere su piazza circa 10 chili di coca e alcune decine di hashish) ci pensava, infine, Roberto P., operatore finanziario di 36 anni. Nel corso dell’intera indagine, coordinata dai sostituti procuratori della Dda Diana De Martino e Assunta Coccomello, sono stati recuperati 5 chili di coca e 50 di «fumo». Nel blitz di ieri 150 grammi di cocaina, 3 etti di hashish e 10mila euro in contanti da 50. Agli arrestati è contestato il reato d’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti.