Manfrine e manovre e il voto va in là

Caro Granzotto, penso che non potrà pubblicare questa lettera, ma ci sarà senz’altro qualche altro lettore che saprà esprimersi più «diplomaticamente» del sottoscritto. Non si voterà, per ora. Si voterà quando le sinistre saranno pronte per il voto, quando avranno, in tutta tranquillità, concordato tempi, programmi, alleanze, incarichi, sottoincarichi, preparato tranelli e trabocchetti, avvelenato meticolosamente ogni pozzo, sabotato i ponti, approntate le vie di fuga, rinnovati tutti, proprio tutti, gli incarichi di sottogoverno. Così è stato ai tempi del Santo di Novara Scalfaro e tanto più sarà adesso, che al Quirinale è andato un ex comunista. Con tutto il rispetto per il gentiluomo Napolitano, il nostro presidente non può dimenticare la sua storia politica, né le forze che lo hanno eletto alla carica che ricopre. E poiché queste non sono ancora pronte al confronto elettorale, il confronto elettorale non ci sarà. Punto. Il resto fa parte dell’arcaica montagna di chiacchiere della nostra invecchiatissima Repubblica.


I fatti paiono darle ragione, caro Simonetti. A pensar male si fa peccato, questo è fuori di dubbio, però quella del presidente Napolitano - «una scelta né rituale né dilatoria» - sembra proprio una excusatio non petita. Ce ne vuole infatti per ritenere l’incarico a Marini un atto dovuto. Quale sia la situazione, Napolitano lo sa benissimo avendo consultato a quattr’occhi tutte le parti in causa. Che bisogno c’era di far fare un secondo giro affidando un «mandato finalizzato», purissima aria fritta, al presidente del Senato? Siamo dunque alle manfrine istituzionali, alle manovre dilatorie per tirarla per le lunghe. Si dice che l’idea di mettere in pista Marini, a Napolitano gliel’abbia suggerita D’Alema. Ed è stranoto che D’Alema (il quale non a caso ha liquidato come irrealizzabile l’idea di un esecutivo bipartisan Veltroni-Gianni Letta incaricato di procedere in tempi brevissimi alla riforma della legge elettorale) ha bisogno di tempo per sistemare a modo suo le cose all’interno del Partito democratico neutralizzandone il segretario. C’è poi il problema, per pudore mai accennato ma sicuramente molto sentito, della pensione ai parlamentari che, come è noto, scatterà solo a partire da metà ottobre. Nove mesi non sono pochi, ma nemmeno tanti per sperimentati virtuosi della melina servita come «adeguata ponderazione e valutazione».
Franco Marini non è politico di primo pelo. E il potere è una sirena capace di affatturare anche un rude, solido alpino come il presidente del Senato. Non si può pertanto escludere che tenti l’avventura, che cerchi di raffazzonare i voti - ma basta «il» voto, uno - necessari ad ottenere la fiducia al Senato per poi campare alla giornata. Che trascorse a Palazzo Chigi son giornate da metterci la firma. Non so, caro Simonetti, ma non sono tranquillo... Cosa intende dire Napolitano quando afferma che sciogliere le Camere «è decisione grave»? Quel «grave» sta a significare che implica responsabilità - e fin qui nulla da eccepire - o fonte di pericoli? In questo secondo caso pericoli per chi? Per cosa? Si sta forse nutrendo qualche dubbio sulla legittimità delle scelte di quel popolo che la Costituzione vuole sovrano? Ci risiamo col dogma di una democrazia tale solo se è «di sinistra»? C’è un che di vischioso, di anguillesco in questa vicenda. Qualcosa che non convince. I prossimi giorni, forse le prossime ore ci diranno se la nostra inquietudine è infondata o se invece si va verso un morbido, vellutato golpe all’italiana. In quel caso, tutti a Roma. Anche un pigro come me.