MANGANELLI Discesa nel vortice della poesia

«Fuori del sigillo
della paura ininterrotta
non ho altro indizio
della mia continuità».

Giorgio Manganelli

Disse: «In generale gli scrittori sono convinti di essere letti da Dio». E disse anche: «Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile». Era dunque inutile, la preghiera dello scrivere, per Giorgio Manganelli? Un puro esercizio di stile? Una collana di metafore fruste? Un rosario recitato nel sottofondo del brusio mentale? Oppure, al contrario, scrivere era l’eroismo di un attimo? Il passare a fil di spada le proprie miserie quotidiane? All’arduo bivio ci fermiamo, appena intrapresa la lettura. Allunghiamo lo sguardo nell’una e nell’altra direzione, tentando di indovinarne gli sviluppi. Ma non vediamo nulla: c’è troppa luce, gli occhi bruciano. Allora, non resta che abbandonare la logica orizzontale, la logica dello spazio e del tempo aperto, la logica della luce, e gettarci a capofitto giù, sottoterra, negli Inferi. Presa coscienza del nostro destino di «adediretti», troveremo ad accoglierci un Caronte miope e con il naso da talpa. Seguirlo significherà non tornare mai più indietro, in superficie. Significherà assistere fino in fondo allo spettacolo dell’ilare tragedia che egli ci propone.
Hilarotragoedia, certo, non è né inutile e piagnucolosa invocazione a divinità non ancora ulteriori, né slancio di eroico furore. È, piuttosto, l’autoterapia di un precipitante, un paracadute difettoso che accelera la rovina. Quando aprì il paracadute, all’inizio degli anni Sessanta, Manganelli era già mezzo morto. Pieno di contusioni e ferite, sanguinava come un «vipistrello» sgozzato. Che cosa gli era successo? Ce lo spiegano queste sue Poesie curate, con profondità da esegeta innamorato, da Daniele Piccini (Crocetti Editore, pagg. 356, euro 20, postfazione di Federico Francucci). Chiamarle, tutte, «poesie giovanili» non è corretto. Visto che le ultime limature all’«ilare tragedia», uscita da Feltrinelli nel ’64, arrivano alla metà del ’62, e che il testo poetico più tardo qui presentato è dell’ottobre dello stesso anno. E visto, soprattutto, che Manganelli ebbe in sorte di nascere nel ’22. Insomma, come argomenta Piccini nell’«Introduzione», tra i versi (tutti i versi) e la prima opera in prosa del Nostro autore non esiste soluzione di continuità. E, del resto, come potrebbe esistere separazione fra gli inseparabili istanti di una caduta?
La meccanica «discenditiva» nel buco nero della «morte», regina incontrastata dell’universo manganelliano, infatti, parte da molto lontano, da una riflessione, questa sì, giovanile: «fa’ che più non cerchi, o mio Signore;/ perché io so/ che alcuni si salvano vivendo;/ ma destini diversi/ si spiegano soltanto col morire». Il dado è tratto, il balzo nel vuoto, irrevocabile. Abbandonate le suggestioni del mondo classico, peraltro sottoposte, ottenendo giudizi positivi, al professor Vittorio Beonio Brocchieri, suo relatore di tesi all’Università di Pavia per la laurea in Scienze politiche, Manganelli spicca il volo, forse, inizialmente, sulle ali di un’illusione («Noi, per raggiungere i piani alti, rovesceremo il grattacielo», scriverà in Hilarotragoedia...). Dal bozzolo esce comunque una farfalla nera, un’irrequieta falena che cerca le tenebre. Si va dall’invettiva rabbiosa contro «l’affronto dei miracoli» alla culla dell’«amichevole peccato». Risuona ancora la lezione di Montale o di Quasimodo, per esempio in un lirico «misurammo/ le anche della notte». Ma, subito, ecco la stoccata: «- mi dà tregua/ la flessibile speranza/ della mia decomposizione». Non basta a lenire i tormenti dell’«onirografo» barocco e plumbeo, altisonante e mesto, «la carità notturna d’una coscia», perché le ossessioni erotiche non si placano mai, avvolte in una persistenza «lasciva».
E quando l’urgenza dei fatti o della memoria spinge altrove e pare rallentare la catastrofe, è soltanto per fuggevoli intervalli. Accade a margine dell’invasione sovietica in Ungheria: «Terrore dei padroni e dei preti/ libertà libertà libertà/ i tuoi figli hanno fatto carriera/ presto avranno telefoni bianchi/ non si fornica si fanno figli della rivoluzione/ si pianifica si santifica il verbo/ del segretario federale \ Sentite: dal fondo Hegeliano della storia,/ dalla dialettica inconcludibile/ si fa luce, severa, astratta, una pernacchia». Accade ripensando alla guerra: «E ne morirono a migliaia,/ e, tra quelli, dei migliori:/ per una vecchia puttana,/ per una civiltà in ciabatte,/ l’incanto che sorride sulla buona bocca,/ gli occhi svelti sotto il coperchio della terra \». Sempre «la carne è atea» e soggiace al «vizio di esistere». Sempre, persino quando l’amore s’intrufola furtivo nell’«abituro» del solitario poeta al quale, stremato, non resta che il rifiuto, la minaccia: «Io non ti amo, amore».
L’ilare tragedia discenditiva destinata di lì a poco a dipanarsi nella prosa, qui è ancora ferrea, incrollabile, «inamabile». E l’uomo che precipita s’aggrappa all’unica sua convinzione, all’«inutile» scrivere: «Usa il tuo inferno totale:/ scalda i moncherini del tuo nulla;/ gela i tuoi ardori genitali;/ con l’unghia scrivi sul tuo nulla: a capo». A capo, cioè: più in basso.