Mangiare (bene) in aeroporto e il menu degli chef è a tempo

Si può scegliere la carta da 30, 45 o 60 minuti per non rischiare di perdere il volo Ecco i migliori ristoranti negli scali italiani e nel mondo

Non si può pretendere di trovare il bistrot di un cuoco stellato quale Carles Gaig (Porta Gaig, El Prat, Barcellona) né un posto spettacolare come l'Airplane Food di Gordon Ramsay al Terminal 5 di Heathrow. Però negli aeroporti italiani non è più tempo solo di un triste panino al formaggio o di simil-mense aziendali. Vero che nessun locale tricolore figura nelle graduatorie internazionali sul tema noi pubblichiamo quella prestigiosa di The Daily Meal a destra - ma negli ultimi cinque anni sono stati fatti sensibili passi in avanti. Da qui la voglia di fare un tour nelle principali aerostazioni italiane, soffermandoci sulle cose buone e originali, con tutto il rispetto per le catene grandi e piccole. Partiamo dall'aeroporto della Capitale: l'offerta di locali per mangiare e bere è talmente ampia che esiste una Eat&Drink Guide, scaricabile dal sito ufficiale (www.adr.it) dove sono descritti in dettaglio la cinquantina di posti. In gran parte «normali» e legati alle già nominate catene salvo qualche eccellenza: i raffinati Mercedes Benz Café e Ferrari Spazio Bollicine come l'Antica Focacceria San Francesco, ambasciata di Sicilia. A livello più alto ci sono i posti legati a chef stellati. Infatti allo storico Open Bistrò di Antonello Colonna al T1 con formula a buffet, prezzo fisso 18 euro a persona, vini esclusi si sono affiancati recentemente (nella nuova area T3) Attimi di Heinz Beck e Assaggio che ha la supervisione di Cristina Bowermann vedi intervista e che fa parte dei concept Autogrill, già forti nello scalo romano. Interessante la formula di Attimi: i menu creati da Beck si chiamano 30, 45 o 60 minuti (scanditi da una vera clessidra posta sul tavolo, con prezzi da 38 euro) per dare la possibilità al cliente di scegliere in base al tempo che ha prima della partenza. Tocco di classe, il Tiramisù Heinz Beck's signature, da gustare seduti lì o in volo grazie al take away. Meno brillanti sono le aerostazioni milanesi. Malpensa aveva in programma uno sviluppo importante pure sul fronte ristorativo, in realtà manca l'acuto. Al Terminal 1 segnaliamo il Ferrari Spazio Bollicine, il Davide Oldani Café, l'Obicà Bar, Pane Vino e San Daniele, Rosso Pomodoro. Quanto a Linate, vanta la presenza di marchi importanti come Illy, Ferrari, Panino Giusto e un vero e proprio ristorante, che può essere frequentato anche da chi non viaggia. Si chiama Michelangelo, dal nome dello chef Citino (allievo di molti big, a partire da Oldani) ed è segnalato nelle maggiori guide culinarie, con buoni voti. La location originale e di design, è al secondo piano: si mangia ammirando le piste e gustando piatti mai banali, fra tradizione rivisitata e innovazione senza rischi. Anche qui il sistema permette di mangiare un piatto unico, un valido hamburger o un lunch in base al tempo: rispettivamente 8, 12 e 20 minuti. E ci sono anche due degustazione a 40 e 60 euro. La crescita di Orio al Serio, l'aeroporto di Bergamo terzo per numero di viaggiatori, in Italia ha portato all'apertura di un buon numero di posti. C'è Panino Giusto, il bar di Illy (ma anche quello di Segafredo), il wine bar Santa Cristina e la Beerstrotheque di Elav, microbrifficio tra i migliori in Lombardia. Poi la chicca ViCook dove le prime due lettere ricordano Da Vittorio, mito della ristorazione italiana: questo è il bistrot della famiglia Cerea, luminoso e con il solito servizio sorridente. Gli chef Chicco e Bobo hanno pensato a un menu «diretto» ma non banale: primi della tradizione, secondi sfiziosi tra mare e terra, selezioni di salumi e formaggi, maxi panini e qualche visione internazionale, a partire da un hamburger in stile tre stelle. Fuori dal poker delle aerostazioni più frequentate, c'è davvero poco oltre all'offerta minimale di bar e street food. Venezia che è pure al quinto posto come traffico si segnala solo per una Pilsner Beer Lounge, Bologna per una discreta Osteria Vecchia Bologna e Torino per un locale giapponese... Al Sud ed è un vero peccato, pensandoci si scende ancora di livello: Palermo e Catania non hanno niente di interessante mentre Napoli ha almeno una pizzeria dei F.lli La Bufala, un wine bar di Feudi di San Gregorio e un ristorante sempre gestito dalla Casa vinicola. Si può (e si deve) fare di più.