Mangiarotti, 90 anni e una rivelazione: «Il mio doping: dieci zollette nel whisky»

Ogni volta un tuffo nella memoria. Dell’antica eleganza d’atleta è rimasta l’eleganza della memoria, lo sguardo dolce e chiaro, che s’appassiona e appassiona. Edo (Mario Giovanni) Mangiarotti non smette mai di scartasfogliare le pagine di una storia dai mille rivoli. Un serpeggiare a fil di spada che poi è il motivo conduttore di una vita. Martedì 7 aprile compirà 90 anni. Sembra ieri, dieci anni fa, che si apprestava a celebrare gli 80, come un monumento: lui e il suo medagliere da record fra olimpiadi (13 medaglie di cui 6 d’oro in 5 edizioni), campionati del mondo (26) e tant’altro. Fra spada e fioretto, tenuti nella mano mancina, che non era quella naturale. Ed ora è pronto a riavvolgere il film. Nella casa ottocentesca di via Solferino, brilla al muro la spada dall’impugnatura cesellata da un orafo del tempo. Le vetrine luccicano di coppe e coppette, medaglie, ori argenti e bronzi. Nastrini e lustrini. Telefona Rivera. Manda un messaggio Andreotti. Non c’è Italia che non ne conosca le gesta. Come fare a raccontare? Proviamo lanciando nomi e idee. E Mangiarotti va.
SE DICIAMO ITALIA...
«Dico che l’ho percorsa tutta: dalla monarchia alla Repubblica. Era tanto diversa. Sono sempre stato un buon italiano. Già cavaliere a 17 anni, dopo le Olimpiadi del ’36 a Berlino, quando vinsi l’oro a squadre nella spada. Dico Italia e penso che sono stato due volte portabandiera ai Giochi. Orgoglioso di essere italiano, anche se a Berlino intuii quali guai sarebbero cominciati».
HITLER E OWENS
«Ormai è storia quel mio racconto. Sono seduto in un palchetto sotto quello dove stanno Hitler, Goebbels, tutti i capi nazisti. Owens sta per vincere il salto in lungo e il Fuhrer salta sù, con un gesto di stizza. Sputa fuori uno “Schwein!“, che significa porco, e se ne va senza premiarlo. Conoscevo Owens, gli raccontammo tutto».
MUSSOLINI E LE MEDAGLIE.
«Ci abbiamo creduto in molti, poi ci siamo ricreduti. Mussolini fece cinque duelli con la spada. E lo preparò mio padre, Giuseppe l’uomo che ci ha creati schermidori. Ai tornei dei Balilla ho vinto tante medaglie con la faccia del duce. Così tante che poi le scambiammo con un servizio di posate da 24 pezzi».
LA RIVOLTA DI SAN VITTORE.
«Forza dello sport: ero militare, all’epoca della famosa rivolta di San Vittore, nei giorni di Pasqua del ’46. Ci facemmo largo a colpi di mitragliatore. Poi il colonnello mi dice: lei va dentro a trattare. Ero preoccupatissimo. Chissà che farabutti...Ed invece questi mi conoscevano. Si, sapevano che ero un campione dello sport e riuscii a parlare».
GUERRA E PROFITTO
«Ho visto tanto e di peggio. Ma, grazie alla guerra, ho fatto i soldi. Ero istruttore a Malnate, al confine con la Svizzera. Avevo 100 ragazzi. All’8 settembre scappiamo in Svizzera, nel Bernese. Creiamo un campo, ci alleniamo, grazie ai miei amici della scherma. Per scaldarsi la gente usava le pigne. Capii. Sguizagliai i ragazzi a caccia di pigne, ne facemmo un commercio. Ne vendemmo tonnellate: 6 franchi svizzeri al quintale, a me ne venivano in tasca due. Conoscevo una bella signora, aveva una banca: mi cambiò il danaro di carta in marenghi d’oro. Un successo!».
OLIMPIADI MAGICHE
«Dal vivo ne ho vissute 17, compresa quella di Pechino che mi sono conquistata davvero: due mesi prima sono stato in ospedale per due operazioni, poi ho avuto un ictus, ma ce l’ho fatta. Indimenticabile quella del 1952 a Helsinki: vinsi l’oro individuale, mio fratello Dario l’argento. Dissero che mi aveva passato la vittoria. Ma noi italiani, nelle finali, ci giravamo sempre una vittoria. Avevo fretta di chiudere la premiazione, dovevo andare a scrivere l’articolo per la Gazzetta dello Sport. Quando arrivai, Gianni Brera me ne disse d’ogni sorta. Siediti e scrivi, urlò. Poi... chi ha vinto? Veramente io, dissi. E lui: diavolo d’uno, ce lo potevi dire prima!».
GIORNALISTI E GIORNALISMO.
«Il preferito? Nedo Nadi, l’ex campione che, all’inizio della carriera, mi pronosticò il futuro. Poi Adolfo Cotronei e Gianni Brera di cui sono stato amico: fu lui a portarmi in Gazzetta. Smisi di scrivere nel 1972. Allora si scriveva di tecnica, oggi di frivolezze».
I MIEI PREFERITI
«Dico Berruti, un simbolo, gli Abbagnale e Agostini. Tra Bartali e Coppi preferivo il primo, anche se un giorno mi fece capire che per i ciclisti era impossibile andare solo ad acqua. Non sopporto il calcio..».
DOPING
«Ai nostri tempi andava la simpamina. Ma non ci serviva. Piuttosto prendevamo una aspirina nel caffèlatte per darci tono. Ma il vero doping lo inventò Trevilla, massaggiatore del Treviso. Solo per le finali: dieci zollette di zucchero in due dita di whisky».
QUANTA BOXE
Mio padre fece allenare me, e i miei fratelli, da Ermino Spalla, ex campione d’Europa dei massimi: ci ha fatto prendere tanti di quei pugni. Quante orecchie rosse. Ci faceva venire una testa così...».
CAMPIONE E GENTILUOMO
«Una specie che non si estingue. Lo sport ti mette in condizione di essere un gentiluomo. Ho visto Antonio Rossi portare la bandiera: è uno della specie. A Pechino c’era Valentina Vezzali, ha carattere, è bravissima. Mi ha detto: io ho vinto 5 ori, lei 6. Arrivo a Londra per pareggiarla. Le ho risposto: se te la senti? Perchè no?».
SPORT E PROFESSIONISMO
«Oggi girano soldi grossi, allora ci davano cose utili al posto del danaro. Dopo le Olimpiadi di Roma, la Fiat ci diede una 600 e ai campioni olimpici venne regalato un Rolex. Mi capitò di vincere tre Lambrette. Le mie 40 medaglie d’oro pesavano più di 8 kg».
NOVANTA ANNI
«Me li godo con la scuola che dirige mia figlia: 22 maestri e 400 ragazzi dai 7 agli 80 anni. Il futuro? Il medico mi ha detto: ti voglio portare a Londra nel 2012. Ci sto».