Mani grandi, ma cuore a pezzi

C i sono sempre due partite. Quella giocata sul campo, il dribbling, il gol, la parata, il colpo di testa e la simulazione, lo sputo e l’insulto. Su quella giudichiamo, critichiamo, scherziamo, sentenziamo, processiamo.
Poi c’è un’altra partita che non vediamo, di cui non conosciamo il risultato, lo sviluppo, le emozioni. La partita giocata dall’uomo e non dal calciatore, dico l’uomo vestito dai suoi guai, i debiti o la droga, il trasloco o il divorzio, la nascita di un figlio, la scomparsa di un genitore, la perdita di un affetto.
La partita di Massimo Taibi, quando era al Manchester e da eroe dell’United, premiato sul campo, diventò, di colpo, rubbish, spazzatura, perché nella sua testa ronzavano i pensieri acidi di una crisi famigliare e il pallone era una farfalla che sfuggiva dovunque come l’amore ormai bruciato.
La partita di Christian Abbiati felice di avere ritrovato la serie A, la Champions, lo scudetto sul petto e il profumo dolce di una creatura che sua moglie stava per donare, qualche mese ancora di attesa, i preparativi, i progetti di allegria. Poi il buio, improvviso, feroce, la voce che lo chiama e rantola, quella pancia non ha più respiro, il sogno è diventato incubo ma c’è una porta che sembra grande, troppo grande, senza limiti. Le illazioni sono mille, maligne, un gol diventa una vergogna, un’uscita goffa l’inizio del fallimento.
La partita di Bruno Giorgi, costretto a dimenticare il mestiere di allenatore per tentare di allenare l’esistenza di una figlia che si allontana da chi non le sta vicino.
La gente, noi, i tifosi, non sapevamo, non sappiamo, sapremo. Forse. Fischiamo, insultiamo, uheggiamo, scarichiamo voti, opinioni, bestemmie e cori volgari. La partita visibile e vista, in diretta o alla moviola, non dice tutta la verità. L’altra partita diventa un sussurro, un mormorio prima lontano, poi sempre più vicino e dunque imbarazzante, una camicia bagnata addosso. Quindi, appena informati, cerchiamo un riparo, l’angolo del pentimento, delle scuse, del capo abbassato e del silenzio. La ferita interna non è stata suturata. La partita di Taibi, la partita di Abbiati, la partita di Giorgi sono asterischi di vita, non meritano un titolo, scivolano via come se non appartenessero a un’isola che invece si strappa i capelli e scalda le mani per altri famosi. Massimo Taibi gioca di nuovo serenamente tentando di riportare il Torino in serie A. Bruno Giorgi vive anche senza football. Christian Abbiati cerca di riascoltare una voce ma non quella della curva maleducata, il pallone è l’arma da afferrare per rispondere all’insulto. L’altra partita è finita. Qualcuno, tra di noi, dovrà incominciare a non seguire soltanto la traiettoria del pallone. Le verità stanno oltre una porta.