Le mani della ’ndrangheta sull’edilizia: 17 arresti

Diciassette ordinanze di custodia cautelare (tre i latitanti), 48 indagati a piede libero e 58 perquisiti. Nomi noti di clan dell’ndrangheta come i Barbaro e i Papalia, ma anche imprenditori. Che, dalla posizione di ricattati - mettendo da parte gli scrupoli e fedeli al celebre adagio che pecunia non olet (il denaro non puzza) - non hanno esitato a trasformarsi in affiliati, prestanome in grado di aprire ai mafiosi le porte del mercato immobiliare e finanziario lombardo attraverso appalti multimiliardari. Un’attività illecita che ha avuto come centro non solo Milano, ma soprattutto comuni come Corsico, Buccinasco, Assago, Cesano Boscone e Trezzano sul Naviglio.
L’indagine - come ha spiegato ieri mattina il procuratore capo Manlio Minale - è iniziata due anni fa ed è stata portata a termine dal centro operativo milanese della Direzione investigativa antimafia (Dia) coordinata da Roma da due grossi nomi del panorama investigativo milanese: il direttore, generale dei carabinieri Antonio Girone, e il superinvestigatore della polizia Lucio Carluccio, ora direttore operativo Dia.
Poliziotti, carabinieri e finanzieri - coordinati dai magistrati della Dda (Direzione distrettuale antimafia) Ilda Boccassini, Mario Venditti, Alessandra Dolci e Paolo Solari - ha permesso di sequestrare oltre 5 milioni di euro in appartamenti (principalmente riconducibili ai Barbaro, originari di Platì ma da molti anni residenti nell’hinterland milanese) quote societarie e denaro.
Le cosche mafiose a Milano e provincia oggigiorno operano principalmente nel settore dell’edilizia e del movimento terra. «È una terza generazione spuria, ancora fortemente legata alla seconda da sempre dedita alle estorsioni e al traffico di stupefacenti, in rapporti stretti con la casa madre in Calabria anche per l’aiuto ai latitanti e che dispone di un notevolissimo arsenale di armi» ha detto Minale parlando delle persone finite in manette e degli indagati coinvolti, a vario titolo, nell’indagine sulla cosca.
«È un gruppo che non è entrato completamente nel campo imprenditoriale e che mantiene una forte opzione sul campo militare - ha concluso Minale - tanto che gli viene contestata la concorrenza realizzata sistematicamente con la minaccia e l’intimidazione per imporre la propria presenza e assoggettare le imprese concorrenti che operano sul “loro” territorio nei settore del movimento terra e nel campo immobiliare». Dalle indagini è emerso che gli imprenditori che non hanno accettato di sottostare ai diktat dei Barbaro sono stati sottoposti a pesanti ritorsioni: dall’incendio di escavatori e camion nei cantieri ai colpi di pistola esplosi contro la camera da letto di una coppia di coniugi titolari di un’agenzia immobiliare.