«Mani pulite 2», dopo otto anni scagionato l’ex assessore Terzi

L’ex responsabile all’Urbanistica di Bresso scontò due mesi e mezzo di carcere. E ora la Suprema Corte bacchetta la Procura: accuse vaghe

da Milano

Due sentenze della Cassazione che si guardano allo specchio e dicono a otto anni di distanza la stessa cosa: l’inchiesta era morta ancor prima di nascere. Un’inchiesta che, nell’ormai remoto 1998, i cronisti giudiziari avevano frettolosamente ribattezzato Mani pulite due. Accogliendo fra squilli di tromba gli arresti di un gruppetto di amministratori e industriali dell’hinterland milanese. E proponendo un paragone ambizioso e temerario perché la Suprema Corte, alla vigilia di Natale di quell’anno, aveva fatto a pezzi l’impianto accusatorio e annullato le manette. Niente da fare. I pubblici ministeri erano andati avanti per la loro strada e il tribunale aveva ignorato le osservazioni degli ermellini, condannando gli imputati, a cominciare da Giovanni Terzi, assessore forzista all’urbanistica nel comune di Bresso (Milano) e oggi Presidente della Commissione ambiente di Palazzo Marino.
Ora finalmente è la sesta sezione della Cassazione a mettere la parola fine a una storia durata anche troppo. La corte d’appello in effetti aveva fatto tabula rasa delle accuse, ma la Procura generale ha provato a rilanciare le contestazioni fino alla sconfitta conclusiva, otto anni dopo l’incipit. E i giudici bacchettano i colleghi milanesi per «aver sottovalutato l’eloquente motivazione della sentenza di questa Corte suprema» del ’98. Quei magistrati avevano letto la presunta speculazione ad alto tasso di corruzione in quel di Bresso per quel che invece era: un corretto intervento edilizio. Anzi, un salto in avanti per Bresso con l’uscita dal centro congestionato del paese dei tir della Ram, una società di trasporti, la costruzione di un polo residenziale, case popolari e un parco. Era tutto già chiaro nel 1998, qualche settimana dopo il clamoroso blitz dei giudici, eppure Terzi rimase 75 giorni in in carcere, di cui 30 in isolamento, e poi fu condannato in primo grado a 2 anni e 6 mesi.
La verità è che i consulenti del tribunale avevano fatto una gran confusione al momento di interpretare i dati scritti sulla scheda che il Comune di Bresso aveva inviato alla Regione per spiegare la natura dell’intervento. Secondo quei periti, Terzi e i suoi presunti complici avevano truccato, anzi falsificato numeri, tabelle e cartine per poter costruire dove era vietato. Invece avevano rispettato rigorosamente le norme. Il tribunale andò a braccetto con l’errore. E diede credito all’architetto Michele Ugliola, che aveva messo a verbale qualche balbettio contro Terzi. Ora la Cassazione sistema anche i puntini sulla i di Ugliola, ironizzando «sul modo di esprimersi dell’Ugliola», l’ugliolese: «Indice di particolare ambiguità espressiva in rapporto alla vaghezza, genericità e non puntualità delle sue dichiarazioni».
Non solo, pure sul piano formale era tutto a posto: «Sia la Regione che l’Oreco, organi deputati di controllo della regolarità amministrativa della procedura, nonchè questa stessa corte, hanno rilevato la regolarità formale della procedura in esame».
Terzi, che ha appena finito di scrivere la sua storia - Innocente in carcerazione preventiva (Ares) - riassume così il dramma: «Questa vicenda è partita con un esposto dell’opposizione di centrosinistra. Io sono finito in carcere come un delinquente, poi la nuova giunta ha puntualmente realizzato il mio progetto». Approvato infine con lode persino dalla magistratura: «Che addirittura il nuovo progetto - si legge nella sentenza d’appello - fosse migliorativo era fuori di dubbio. Lo spostamento della Ram dal centro comportava un vantaggio per il Comune che avrebbe percepito una significativa somma». Nel 1998 in Cassazione un magistrato aveva parlato di «delirio d’onnipotenza della Procura di Milano». L’avvocato Alessandro Pistochini predilige invece un registro più misurato: «Un pregiudizio ha impedito di riconoscere la verità otto anni prima».