Mani pulite in archivio, va via anche Colombo

Milano - Li chiamavano gli Intoccabili. Separavano il grano dal loglio, sradicavano la gramigna. Millenovecentonovantadue, quindici anni fa. Preistoria. Oggi quell’epopea, grandiosa e terribile, è solo un monumento. L’ultimo a sfilarsi, con una lettera inviata al Csm e una lunga, a tratti indecifrabile chiacchierata col Corriere della sera, è ora Gherardo Colombo, il ricciolo più spettinato e naïf della magistratura italiana. Anche lui ha detto basta, sul traguardo corto dei sessant’anni, ed è sceso dal piedistallo: «Vedo i corrotti riabilitati, ora andrò in mezzo ai giovani», è il titolo di coda ad una carriera troppo ingombrante per finire in sordina, per di più nelle ovattate stanze della Cassazione.
Mani pulite cominciò come tutte le grandi inchieste quasi per caso. Altro che complotto, c’era una moglie, una bella donna disillusa, che reclamava i soldi e un certo Antonio Di Pietro, rozzo ma scaltro, si mise all’opera. Affrontò Mario Chiesa con una frase in codice solo per gli estranei: «L’acqua minerale è finita». Quello capì che il Pm aveva scovato il suo conto, ribattezzato Levissima, in Svizzera. E capitolò. L’incauta esternazione di Craxi sul «mariuolo» provocò la valanga. Francesco Saverio Borrelli intuì e trasformò quel laboratorio artigiano quasi paesano in una macchina schiacciasassi. Il Pool è un’istantanea che segna un’epoca: una faglia profonda che taglia in due la storia patria, come in altro modo lo furono l’8 settembre e il 25 aprile. Una Repubblica veniva giù, un’altra saliva. La formazione storica era composta da cinque persone come le dita di una mano: il kaiser Borrelli, colui che amava farsi immortalare a cavallo, convinto che la Rivoluzione fosse anzitutto un fatto estetico; poi c’era Gerardo D’Ambrosio, il coordinatore vero e proprio del Pool, il magistrato che aveva illuminato il retrobottega oscuro della politica e aveva avvicinato la verità sulla strage delle stragi, Piazza Fontana, altro spartiacque della vicenda italiana; poi c’erano i tre pm in prima linea: Di Pietro, il poliziotto prestato alla magistratura, e loro due così diversi e così simili: Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, teste fine, collocate da una pubblicistica ossessionata dalle categorie della politica agli antipodi. Di sinistra Colombo, di destra, ma destra storica, apparentata con i Cavour, i Ricasoli e via elencando, dunque più sinistra della sinistra doc, Davigo. Davigo confezionava quei missili infallibili che erano gli avvisi di garanzia con cui fu smantellato un parlamento, Colombo metteva la sua già alta reputazione al servizio della causa: se D’Ambrosio si era messo sulla pista di Freda e Ventura, lui era entrato nell’antro del grande burattinaio, al secolo Licio Gelli, e aveva trovato gli elenchi della P2, la loggia che ancora oggi identifica il Male, il Buio, il Maneggio.
Millenovencentonavantadue-millenovecentonavantaquattro: i suicidi eccellenti, la bava alla bocca di Forlani, le monetine scagliate contro Craxi. Ricordate? Guai solo a sfiorarli, gli Intoccabili. Le critiche venivano catalogate come complotti, tentativi obliqui di allontanare la verità, sempre e solo con la V maiuscola marchiata nel sacro fuoco della giustizia; chi languiva, per settimane o mesi, in carcere, era sicuramente colpevole, ancor prima di aver visto uno straccio di giudice. E non c’era misericordia nemmeno per chi si era sparato: se l’aveva fatto era perché aveva capito che il mondo stava cambiando in meglio e si era fatto da parte.
Poi a dicembre ’94 Di Pietro slittò a bordo di una Mercedes e tagliò la corta. Cominciò la diaspora. L’anagrafe, il tempo e quella malattia non diagnosticabile chiamata reducismo hanno fatto il resto: il Pool oggi è una foto ricordo. E le cinque dita hanno intrapreso nuove esistenze. Borrelli è stato strappato alla naftalina da Guido Rossi e si divide fra il pallone e il pentagramma: capo dell’ufficio indagini della Figc e presidente del Conservatorio di Milano; D’Ambrosio, raggiunta la porta girevole della pensione, è entrato in politica ed è oggi senatore dei Ds; Di Pietro è ministro e l’unico segno di continuità col passato è il corpo a corpo quotidiano con la lingua italiana. Restavano i due teorici, i profeti postmoderni dell’anatema sulla città di Tangentopoli. Davigo rema ancora nelle acque quasi mai increspate della Cassazione. Colombo ha chiuso. Nella sua decisione - ha spiegato a Luigi Ferrarella del Corsera - «ha pesato il mutato atteggiamento dei media, le falsità dette contro le nostre indagini e, talora, contro di noi». Non basta. Il Pool dopo aver smontato come giocattoli politica e imprenditoria, era sceso ai piani bassi della piramide, come puntigliosamente elencato dal Pm: «Il maresciallo della finanza, il vigile dell’annona, il primario dell’ospedale, l’ispettore dell’Inps, i genitori dei figli alla visita di leva».
Si sa, il popolo si eccita nel vedere il re nudo, ma tutti gli spettacoli alla lunga stufano. Colombo avrebbe gradito una standing ovation sempiterna. Oggi gira anonimo nei corridoi umbertini del Palazzaccio. L’Italia è un po’ cambiata, in meglio e in peggio, un po’ è rimasta uguale. I Pm hanno ricominciato a fare i Pm: perseguono i reati e non i fenomeni, sociali o persino antropologici. E le inchieste non sono più epidemie incontrollabili. Colombo dev’essersi sentito come un soprammobile sotto la dicitura legalità, prezioso e riverito, ma in penombra. Meglio anticipare il declino e ricominciare altrove, con dedizione ammirevole. «È più che normale sentirsi frustrati», scandisce dal suo scranno D’Ambrosio. Meglio spiegare che è la società a non aver capito, anzi rinnegato il vangelo di Mani pulite. Meglio ripetere che la colpa è degli altri. Sempre e solo degli altri.