Le mani di Valentino su un mondiale già perso

Nanni Scaglia

Non è una vigilia come le altre, non lo può essere, anche se i protagonisti fanno finta di niente. Valentino Rossi ripete allo sfinimento che «bisogna rimanere concentrati, affrontare il Gp come abbiamo fatto da Brno in poi, da quando la M1 è tornata competitiva», mentre Nicky Hayden, al suo fianco, prova a convincere tutti di aver dimenticato il misfatto dell'Estoril, quando venne abbattuto dal compagno di squadra: «È inutile continuare a pensarci», dice un miliardo di volte. Entrambi cercano di minimizzare, di considerare il GP della Comunità Valenciana come una delle 17 gare della stagione, non come quella conclusiva, quella decisiva per l'assegnazione del titolo. La classifica dice Rossi primo con 244 punti, Hayden seconda a 236, staccato di 8 lunghezze, gli altri ormai fuori dalla lotta per il mondiale. Un ribaltone avvenuto in una sola domenica, dopo che dal terzo GP l'americano era stato in testa al mondiale, con l'italiano costretto a inseguire, addirittura sprofondato a meno 51 punti a luglio, dopo il ritiro nel GP degli Stati Uniti. Ma proprio quella gara, con Hayden sul gradino più alto del podio e Rossi a masticare amaro, tanto da arrivare a dire «per me il mondiale è finito», ha rappresentato una svolta fondamentale dal punto di vista psicologico. Non a caso, da allora, Valentino ha raccolto 101 punti in cinque gare, salendo sempre sul podio, mentre Nicky ne ha totalizzati solo 42, non riuscendo più ad arrivare nemmeno per sbaglio nei primi tre, cosa che invece aveva fatto in ben nove occasioni nelle prime undici gare: come dire che, paradossalmente, la vittoria di Laguna Seca ha fatto più male che bene ad Hayden. Ma secondo il dottor Claudio Costa, il medico che cura e conosce la mente dei piloti meglio di chiunque altro, non è affatto paradossale che sia successo.
«Dopo il GP degli Stati Uniti - è l'analisi dell'inventore della Clinica Mobile - Hayden è stato consacrato virtualmente campione del mondo e da quel momento in poi ha smesso di fare il pilota, correndo solamente con la ragione, pensando ad amministrare il vantaggio. Così facendo, però, perdi felicità e ti può succedere di tutto, anche di essere colpito dal tuo compagno di squadra».
Da quella sconfitta, viceversa, Rossi ha tratto una grande forza psicologica, imparando anche qualcosa di nuovo: che nella vita si può anche perdere.
«Mentre Hayden veniva già consacrato campione - continua il dottor Costa - una parte degli esperti ha considerato Rossi tagliato fuori dal titolo. A quel punto, Valentino ha fatto qualcosa di magico, pensando che fortuna e sfortuna avessero in fondo la stessa faccia e questo non solo gli ha permesso di fare una rimonta impossibile, ma l'ha consacrato definitivamente campione. Rossi è come se si fosse tolto la benda dagli occhi, scoprendo che nello sport, come nella vita, si può anche perdere. È diventato più forte e se dovesse vincere questo titolo, quando sarà vecchio sicuramente lo ricorderà come il più bello, quello della definitiva maturazione».
Una svolta importante per il fenomeno di Tavullia, che per la prima volta nella sua carriera ha corso accontentandosi, si fa per dire naturalmente, pensando che in alcune circostanze un secondo posto poteva valere come e più di una vittoria. Guidando come solo lui sa fare, Vale ha cominciato a recuperare punti pesanti, fino ad arrivare al sorpasso dell'Estoril, grazie anche alla complicità di Daniel Pedrosa. Adesso, manca solo l'ultimo tassello.
«Otto punti - dice il pilota della Yamaha - non è certo un vantaggio rassicurante ed è inutile stare a pensare a tattiche strane, a limitarsi a controllare Hayden, bisogna provare ad arrivargli davanti».
Un'impresa ampiamente alla sua portata.