Il manicomio ispira Bellocchio ma la politica affloscia il film

"Vincere" parte bene ma rallenta con troppi brani d’epoca. Le nozze col Duce raccontate come un delirio della Dalser. Alla "prima" per la stampa tiepida accoglienza all’unica opera italiana.

Cannes - Dopo la follia per lutto in Antichrist di Lars von Trier, la follia per abbandono in Vincere di Marco Bellocchio. Unico film italiano in concorso, Vincere condensa le angosce dell’ormai lunga vita del regista in un film meno lungo, due ore e otto minuti, ma riducibile con notevole giovamento, se alle spalle di Bellocchio ci fosse stato un produttore di polso.

Infatti Vincere è fardellato di brani documentari, stravisti da chi li capisce, molesti per gli altri. Se questo è il difetto quantitativo, spiegabile con una futura diffusione tv, c’è il difetto qualitativo: a forza di insistere che la vicenda di Ida Dalsèr (Giovanna Mezzogiorno) è strettamente connessa con Benito Mussolini (Filippo Timi), padre di suo figlio Benito Albino (ancora Timi), non come privato, ma come politico, Bellocchio voleva far assurgere il caso personale a dramma nazionale. E piantare - perché no? - un altro chiodo nella bara del Duce.

Invece Vincere induce lo spettatore meno maturo a credere che l’orrore del manicomio patito dalla Dalsèr sia qualcosa di allora e solo di allora, di italiano e solo di italiano, di arretrato e solo arretrato, cattolico e solo cattolico, di fascista e solo di fascista. Un film dello scorso Festival, il formidabile Changeling di Clint Eastwood, aveva però raccontato un caso simile - ricovero in manicomio di una giovane donna trasgressiva nella democratica, protestante e ricca California del 1928, e sempre per via di un bambino, sebbene rapito e ucciso da un maniaco, e non figlio del presidente degli Stati Uniti.
In anni recenti, democratici, laici e antifascisti, nella stessa Francia socialista, cara al presidente del Festival di Cannes, Gilles Jacob, François Mitterrand ha avuto una figlia illegittima che era «segreta» solo per la stampa, che non ne scrisse per decenni, finché il settimanale Minute non infranse l’omertà. Ma allora si parlava - giustamente - di buon gusto, non di censura... E casi del genere, d’imbarazzo per prole pregressa, si rintracciano lungo tutta la storia. O di prole residua di un potere finito, come il caso sempre francese, ma napoleonico, dell’Aiglon, citato proprio dalla Dalsèr/Mezzogiorno come antecedente.

Bellocchio accenna solo la personalità della Dalsèr, notevolissima per l’epoca, lasciando lo spettatore quasi ignaro che questa trentaquattrenne trentina del 1914 era suddita austroungarica, quindi viveva in una società più avanzata che quella del Regno d’Italia, che aveva studiato a Parigi e che aveva idee precise in cultura e in politica. Fu però questa personalità insolita (lo sarebbe anche oggi) che affascinò Mussolini, che aveva anche lui, seppur meno confortevolmente, vagato per l’Europa.

A Bellocchio non interessa l’amore fra loro, ma le sue conseguenze, il bambino e l’abbandono. Ma senza sapere che «cavalla matta», ma anche donna più interessante delle altre, fosse la Dalsèr non si capisce il seguito. Che pare solo una congiura dove la meschinità, che c’era dall’inizio da parte di Mussolini, si alleò alla ragion di Stato, che sopravvenne, specie dopo il Concordato col Vaticano.
Meriti di Vincere? Rompe il silenzio cinematografico su un’atroce ingiustizia; ricorda che il fascismo nacque da un ovulo socialista e da uno spermatozoo king size, come la prima guerra mondiale (Lenin, che era socialista e beneficiò di quest’ultima, rimproverò ai compagni italiani di essersi lasciati sfuggire con Mussolini l’unica rivoluzionario fra loro) e dimostra l'inalterata capacità visiva di Bellocchio nell’inveire - con i suoi motivi - contro le «istituzioni totali», come collegi e manicomi. Giovanna Mezzogiorno ottiene un’ampia vetrina: la sua bellezza ne è valorizzata, la sua recitazione andava modulata meglio secondo le età del personaggio. La stampa in sala ha applaudito, ma poco.