Manifestazioni di gioia tra i palestinesi: «Da tempo aspettavamo questo giorno»

Marta Ottaviani

Come due facce diverse di una stessa medaglia, se da una parte i coloni ebrei assistono impotenti alla distruzione delle loro case e a un pezzo della loro vita che se ne va per sempre, dall’altra i palestinesi non nascondono la loro felicità per quello che ormai molti consideravano un sogno irrealizzabile.
Con il passare delle ore aumenta l’impazienza degli arabi per poter dare pieno sfogo alla propria gioia. Ieri l’esercito israeliano ha reso noto che le operazioni di evacuazione e di smantellamento delle colonie dovrebbe finire al massimo entro la fine della prossima settimana.
A Khan Yunis, la seconda città per importanza della Striscia di Gaza, gli abitanti palestinesi hanno guardato dai tetti i coloni israeliani che si allontanavano dalle loro abitazioni. Persone con le quali sono stati in lotta per 38 lunghi anni e che non rivedranno più.
Vicino alla colonia di Shirat Hayam l’incrocio dei destini fra ebrei e palestinesi si tocca con mano. Abu Salah, 38 anni, e la sua famiglia sorridono e bevono il tè, mentre dal loro villaggio vedono decine di soldati israeliani che espellono gli oppositori al ritiro e li caricano su un autobus per portarli via. Se chiedi la loro opinione, non parlano. Solo Abu Salah sorride, circondato dalla moglie, dai suoi cinque figli e da una schiera di nipoti. Sorride e alza in su il pollice.
Il proprietario del Palestinian Cafè, che vive a pochi metri dall’ingresso della colonia, ha aspettato questo momento per molti anni e di tenere a freno la sua gioia non ne vuole proprio sentir parlare: «Sono felice. Ero sicuro che questo giorno sarebbe arrivato, solamente non sapevo quando». Altre famiglie palestinesi siedono su mobili di plastica, nell’ombra, osservando il viavai di soldati israeliani che si apprestano a sgomberare la colonia.
Ma c’è anche chi nella Striscia di Gaza non ci vuole tornare. È il caso dei profughi palestinesi in Libano, che stanno celebrando il ritiro dei coloni israeliani. Ma nessuno di loro, salvo qualche guerrigliero, pensa di trasferirsi nella terra d’origine.