Dal manifesto dello sceriffo è sparito il simbolo del Pd

nostro inviato a Padova

Che cosa succede a Flavio Zanonato, capostipite dei sindaci sceriffi, e a maggior ragione stella di sceriffo numero uno del centrosinistra? È scattata la campagna elettorale e lui, primo cittadino di Padova in cerca di riconferma (sarebbe il quarto mandato), volta le spalle al suo passato, e anche al presente. Sui manifesti non appare nessun simbolo di partito, neppure quello del neonato Pd, che pure avrebbe bisogno di essere pubblicizzato e non nascosto per la vergogna: invece sui poster del Pd c’è scritto Zanonato, mentre su quelli del sindaco non c’è scritto Pd. Nel sito internet il sindaco ammette di sfuggita di essere stato segretario provinciale del Pci senza nominare Pds-Ds-Pd, ed esibisce con orgoglio molto maggiore la «partecipazione attiva» all’Anci e passioni come i libri di filosofia, l’alpinismo, gli scacchi, eccetera.
Ma soprattutto Zanonato mette la sicurezza, che è stato uno dei suoi cavalli di battaglia da sindaco e motivo principale della popolarità raggiunta, all’ultimo posto del proprio bilancio. Prima vengono il tram, i viadotti, i centri culturali, i restauri, i servizi sociali, le piste ciclabili. Buone ultime arrivano «le iniziative per la sicurezza e contro il degrado»: chiusura di via Anelli, multe alle prostitute, lotta agli spacciatori.
Insomma, il sindaco di Padova preferisce presentarsi come un buon amministratore, nulla più. Sbandierare in campagna elettorale l’appartenenza al Pd e rivendicare la mano pesante sulla sicurezza potrebbe essere controproducente. Anche perché una delle liste civiche che lo sostengono, quella dei «Comitati città sicura», non ha trovato di meglio che appoggiarlo in quanto «uomo di destra». Sono quelli delle ronde attorno alla stazione, dei pattugliamenti lungo il muro di via Anelli, quelli che filmano gli spacciatori e organizzano le proteste popolari più forti.
Ciò che Zanonato non ricorda è che certe zone di Padova continuano ad assomigliare più a una casbah che a un quartiere residenziale. Il ghetto di via Anelli è stato sgomberato, ma i suoi inquilini hanno portato droga e prostituzione nelle case popolari dove il comune li ha alloggiati, e per il complesso Serenissima, svuotato, manca ancora un progetto di riqualificazione.
Sono numerose le questioni su cui Zanonato preferisce sorvolare. Il terreno pubblico concesso per costruire una moschea di stampo estremista. Il riconoscimento di fatto concesso alle coppie omosessuali, prima città in Italia. I 30 milioni di euro investiti in titoli Lehman Brothers (la grande banca d’affari americana fallita l’anno scorso) anziché in opere pubbliche, soldi dei cittadini che i cittadini difficilmente rivedranno. Le supermulte che non hanno allontanato le prostitute da Padova, ma più semplicemente le hanno «delocalizzate» in zona industriale.
Per lo sceriffo rosso la riconferma in municipio sarà la battaglia più impegnativa. Il suo sfidante, Marco Marin, ex olimpionico di sciabola e assessore ai Servizi sociali nella giunta di Giustina Destro, cavalca l’onda lunga del centrodestra. Un sondaggio del professor Paolo Feltrin assegna al centrodestra sia il Comune sia la Provincia di Padova. «Zanonato è uno sceriffo mediatico - dice Marin - si mescola tra la gente soltanto alla presenza delle telecamere e le sue ordinanze sono d’effetto. È un uomo di palazzo che siede in consiglio comunale dal 1975».
La sinistra a Padova non ha fatto nulla per evitare l’immagine del «vecchio che avanza». Zanonato è un ex funzionario del Pci che fa politica da oltre trent’anni e ripropone lo schema ulivista assieme a Rifondazione anche se mancano i Verdi, promotori di una lista autonoma appoggiata dai centri sociali di Luca Casarini. Per non parlare del settantasettenne Luigi Berlinguer capolista per le europee nel collegio del Nordest, scelta contro la quale i primi a scagliarsi sono stati proprio gli uomini del Pd veneto: «L’ennesima idiozia piovuta dall’alto». Quel posto doveva essere appannaggio di Zanonato, ghigliottinato dalla decisione di Dario Franceschini di non schierare candidati che non sarebbero rimasti a Bruxelles.
Le liste per le provinciali sono state imbottite di ex sindaci rimasti senza poltrona, da Rubano a Piazzola sul Brenta, da Casalserugo a Camposampiero. E il candidato presidente, Antonio Albuzio, esperto di questioni ambientali, è uno dei luogotenenti veneti di Antonio Di Pietro che il leader dell’Italia dei valori, quand’era ministro delle Infrastrutture, piazzò in una commissione per valutare appalti di lavori per la terza corsia Venezia-Udine.