Il «Manifesto» pensa ai soldi che perderà

Pur senza considerarla l’ideale, il Manifesto difende la Finanziaria ma batte cassa. In prima pagina ieri ha titolato con «Montezemolo furibondo: demagogia per i sindacati». E a pagina 3 ha ospitato una lunga intervista al sociologo Luciano Gallino che spiega: «Quella del governo non è una manovra contro il ceto medio ma una legge che per la prima volta si pone il problema della redistribuzione del reddito». Ma, sempre in prima pagina, il quotidiano comunista ha messo anche il titolo che annuncia un editoriale molto critico. E quale misura, fra quelle prospettate dal governo, provoca la reazione preoccupata del Manifesto? Non quella che riguarda il prelievo forzoso delle liquidazioni dei lavoratori né quella che condanna l’Università al ruolo di Cenerentola. Ciò che spinge il quotidiano comunista a scrivere parole preoccupate sulla «sgradevole, sgradevolissima sorpresa» è quella norma «nascosta nelle pieghe della finanziaria appena partorita dal governo» che cancella «il carattere di diritto soggettivo dei contributi per l’editoria» condizionandoli «allo stanziamento totale disponibile anno per anno». «Ciò renderebbe l’ammontare dei contributi stessi per ogni singola testata - si legge nell’editoriale - non prevedibile e non pianificabile, dunque impossibile da inserire nelle previsioni di bilancio». Un colpo basso che potrebbe mandare ko le testate piccole e non profit, «che non possono contare su entrate pubblicitarie pari al 50/60% del bilancio». Si tratta della stessa modifica che già «il governo Berlusconi tentò di introdurre durante la scorsa legislatura: senza successo grazie alla battaglia condotta delle forze che sono al governo oggi». «Vogliamo sperare», conclude l’editoriale, che quell’articolo del decreto fiscale «sia una svista». Essì, perché altrimenti il quotidiano comunista dovrebbe sperare nel successo delle forze che erano al governo nella scorsa legislatura.