Il «Manifesto» spara sui Ds: sono berlusconiani

da Roma

Il titolo è già punitivo: «La scalata», con una foto che vede in primo piano Piero Fassino al telefono, oggetto che gli sta costando molto per le sue conversazioni con Giovanni Consorte, che sta scendendo le scale. Anche il Manifesto, quotidiano comunista, si associa alla presa di posizione della stampa di sinistra sulle telefonate pubblicate dal Giornale tra il segretario ds e il presidente dimissionario di Unipol, e su alcune frasi significative relative alla scalata alla Bnl «che rischia di trasformarsi in un boomerang per la Quercia». In un’intervista all’interno Alfonso Gianni, responsabile del programma del Prc, alla domanda se ci saranno ricadute negative sull’elettorato per quanto sta accadendo a sinistra risponde: «Dico con molta franchezza che lo temo. È un pericolo da non esagerare ma neppure da sottovalutare. Nei rapporti quotidiani con le persone, io ho notato una notevole preoccupazione per questa omologazione alle logiche della finanza».
Ma è soprattutto l’editoriale di prima pagina firmato dal direttore, Gabriele Polo, dal titolo «Il verminaio» a dettare la linea: «Servirebbe una svolta d’alterità rispetto al presente - scrive Polo nella conclusione - altrimenti a punirti non sarà il tribunale di Milano, ma la tua stessa gente che si rassegnerà al qualunquismo del “sono tutti uguali”. Perché passare dalla promessa del socialismo a quella di una banca di proprietà è un boccone troppo amaro anche per il più fedele tra i soci della cooperative emiliane». Il consiglio a Fassino è che «potrebbe dire che un uomo politico non ha nulla da temere della trasparenza». E che dovrebbe preoccuparsi, soprattutto, «sia dell’uso pubblico di quelle intercettazioni, sia il peso che gli affari hanno assunto nella vita del suo partito. Dal punto di vista giudiziario - sottolinea l’editoriale - non ha nulla da rimproverarsi, dal punto di vista politico molto». La «colpa», la chiama con il suo nome Polo, «del gruppo dirigente ds è quella di avere accettato il nucleo più profondo del berlusconismo». Il direttore del Manifesto accusa la leadership dei Ds di avere sposato il berlusconismo e l’idea che «senza un ricco patrimonio in quelle stanze non si arriva mai», cioè nelle stanze del potere. Ma poi aggiunge: «Così se non si dispone di una forte rendita (come nel caso dei ds) si cerca chi ce l’ha e se ne diventa soci». Con un «collateralismo» che sta facendo tanto orrore alla sinistra benpensante: «Servirebbe una presa di distanza, non un consociativismo d’affari».
E neppure l’Avvenire fa sconti alla Quercia. L’articolo di fondo pubblicato ieri dal quotidiano dei vescovi italiani invoca un esame di coscienza da parte dei vertici dei Ds.