La manina del calciatore

Passerò per un inflessibile moralista: pazienza. Ma come cantava Vasco Rossi, c’è chi dice no. Anche su una questione così marginale come può apparire una partita di calcio. Si sa che, poi, le questioni marginali sono quelle decisive. Il gol segnato di mano sabato sera dall’attaccante del Barcellona Leo Messi non lo digerisco. E meno ancora digerisco la sua difesa, anzi, il suo elogio. Facciamo partire il registratore: «È stato un gol come un altro, normale, quindi da festeggiare con allegria». Capito? Uno fa una bastardata, e dopo se ne vanta.
Almeno, una volta si taceva, si nascondeva la furbata perché resisteva un certo senso di vergogna. Oggi no, il furto è la normalità, alla faccia del regolamento e, in altri campi, delle leggi. E la bastardata viene issata sul pennone. Talento, furbizia, mestiere: come no. Ai danni degli altri? Chissenefrega. Il gol di mano «non è servito a niente, appena utile per prendere un punto», ha chiosato ancora l’eroe del Barcellona. Come dire: peccato che non sono riuscito a trafugare l’intera posta. Andate a chiederlo a quelli del Real Madrid, la rivale in lizza per lo scudetto spagnolo, se quel gol l’avrebbero considerato normale. Ma senza bisogno di chiamare in causa nessuno, mi azzardo - perché ormai di azzardo si tratta - a sostenere l’ovvio: un gol segnato di mano non è normale. Coi tempi che corrono sembra di asserire un’enormità.
Ma la vera enormità, la vera anormalità, è che si debba scrivere un pezzo come questo per dire che un gol fatto con la mano è un gesto che equivale a saltare la coda alle Poste, a parcheggiare in seconda fila, a fare la pipì prima di uscire dalla piscina. Purtroppo oggi viviamo in una società che ha questi modelli, che premia questi comportamenti come i più intelligenti. Le carriere fatte a ogni costo, anche ai danni dei propri colleghi. La ricchezza conquistata in tutti i modi. Dunque, chi sostiene il contrario passa per moralista o per ingenuo: un romantico d’altri tempi. Perfetto: mi tengo stretto questo diritto all’ingenuità, con annessa la libertà di scandalizzarmi.
Voglio continuare a illudermi che lo sport debba essere il territorio della lealtà, della capacità di affrontare un avversario rispettandolo e guardandolo negli occhi. E voglio continuare a credere che se diventa una palestra di furbizie, di piccoli furti, di manovre oblique, è finito. Per questo il ciclismo è moribondo da anni. E il pugilato non è più credibile. Nel calcio stiamo uscendo da uno scandalo che ha rischiato di travolgere quella che Pasolini riteneva l’ultima grande religione popolare. Sono dell’idea che i giudici avrebbero dovuto essere ancora più intransigenti, perché i burattinai di Calciopoli hanno sporcato il grande giocattolo di massa, uno strumento di allegria collettiva. Altro che l’allegria con cui Messi voleva festeggiare il suo «gol normale». Lo chiamano talento. Lo chiamano genio. Sì, genio del male.
Maurizio Caverzan