Manlio Cancogni, 90 anni in punta di penna

Il giornalismo, l’insegnamento, la scrittura: una carriera all’insegna della schiettezza e dell’ironia

«Si gioca per far qualcosa di bello, per dare gioia a chi gioca e a chi guarda. Vincere è bello: è meglio perdere che vincere senza merito o disonestamente. Si abbia fede in noi stessi e nella Provvidenza; essa aiuta chi dà il meglio di sé e non fa molti calcoli». Così, apponendo l’imprimatur dell’amatissimo Manzoni al suo cuore di tifoso, Manlio Cancogni incoraggiava alla vittoria calcistica nella postfazione del suo Il Mister, pubblicato nel 2000 da Fazi. Ottimo augurio per i novant’anni dello scrittore, dunque, che si celebrano oggi, la vittoria della Nazionale, per ora sulla Germania e poi si vedrà. Novant’anni di cui Il Mister, romanzo ispirato alla figura dell’allenatore ceco Zdenek Zeman, è, insieme a Lettere a Manhattan, Matelda e Gli scervellati, soltanto uno dei più recenti capitoli.
Nato a Bologna da genitori toscani, vissuto a Roma fino al 1940 dove si è laureato in legge e filosofia, Cancogni alterna in un primo tempo l’insegnamento alla pubblicazione di racconti. Giunto a Firenze reduce dal fronte greco-albanese, si dedicherà alla prima delle tre passioni che segnano il suo quasi secolo di vita: il giornalismo. Verranno poi la letteratura e l’America. Ha iniziato alla Nazione del popolo, ma è passato ben presto ad appassionate inchieste di cronaca, tra cui è rimasta famosa quella che diede vita ad un titolo-slogan de L’Espresso «Capitale corrotta uguale nazione infetta», che aprì una stagione giornalistica «militante».
Il suo esordio narrativo è del 1956 ed è già dedicato allo sport: La carriera di Pimlico, storia di ambiente ippico che precede una lunga serie di romanzi, tra cui Parlami, dimmi qualcosa (1962), Il ritorno (1971), Allegri, gioventù (premio Strega 1973). Alla fine degli anni Sessanta arriva negli Stati Uniti per insegnare letteratura italiana allo Smith’s College di Northempton. Da allora ha diviso la sua vita fra New York e Marina di Pietrasanta.
Amico di Montale, Saba, Luzi, Gatto, Penna, Caproni, Betocchi, «di nessuno di loro però, amico in senso stretto come di Cassola o di Bassani, narratori che hanno fortemente influito sulla mia formazione letteraria e sulle mie scelte di vita», Cancogni è soprattutto una voce fondamentale per la lucidità con cui sa valutare i suoi e i nostri tempi, e l’ambiente letterario: le gelosie tra poeti, genus irritabile che «per un bel verso darebbero la vita. Che Dio li perdoni», la partigianeria dei critici, lo sconforto dello scrittore, «il mestiere è difficile, il tempo scarso, il risultato incerto». E, infima su tutte, la falsa artisticità dell’oggi: «Si balla sul vuoto. Son tutti artisti, per pochi attimi; e dopo, buona notte». E auguri.