MANN Le traduttrici incantate

Dai primi due romanzi dell’autore tedesco emerge una trama di ricorsi e rimandi di stampo wagneriano

Questo «Meridiano» Mondadori (Thomas Mann, Romanzi, vol. I: I Buddenbrook, introduzione di Luca Crescenzi, traduzione di Silvia Bortoli; Altezza Reale, introduzione di Heinrich Detering, traduzione di Margherita Carbonaro; commento e bibliografia di L. Crescenzi, pagg. CII+1400, euro 55) offre una nuova traduzione dei primi due romanzi di Mann, I Buddenbrook del 1901 e Altezza Reale del 1909. È sorprendente che proprio Mondadori, che aveva pubblicato Tutte le Opere dello scrittore tedesco in 13 volumi a cura di Lavinia Mazzucchetti, presenti ora una nuova traduzione dei Buddenbrook, il giovanile capolavoro manniano, e di un romanzo meno noto, ma sicuramente godibile.
È che mentre i testi originali necessitano di edizioni sempre più rigorosamente fedeli alla stesura originale, le traduzioni li ripropongono in versioni sempre nuove che già costituiscono autentiche interpretazioni e che rappresentano le prime e indispensabili spiegazioni delle opere tradotte. E questa nuova traduzione a due mani, da parte di Silvia Bortoli (che avevamo già apprezzato per le traduzioni del «Meridiano» dedicato a Fontane) e di Margherita Carbonaro rispondono all’esigenza di stabilire un nuovo contatto con i lettori italiani, che finora potevano disporre per la verità di ottime traduzioni, tra le altre quelle di Ervino Pocar e di Anita Rho. Ma le versioni ora proposte si distinguono anche perché hanno saputo ricostruire, avvalendosi della straordinaria, invisibile competenza di Renata Colorni (che dirige la prestigiosa collana mondadoriana), la fittissima tessitura di rimandi e ricorsi che sostengono i testi originali attraverso la tecnica dei Leitmotive, dei motivi conduttori, che connota la scrittura di Mann, il quale trasporta in prosa la lezione musicale di Wagner.
Soltanto col tempo riusciremo ad apprezzare in pieno questa svolta traduttologica, che si fonda peraltro sulla nuova ricchissima e innovativa edizione critica in via di pubblicazione dal 2002 da Fischer, il tradizionale editore di Mann, che rischiò grosso pubblicando nel 1901 I Buddenbrook dell’allora sconosciuto venticinquenne autore di Lubecca. Ciò che ora possiamo immediatamente segnalare è l’accuratezza di questo primo volume, che inaugura la pubblicazione dei romanzi manniani in quattro tomi a cura di Luca Crescenzi. Il quale in una corposa introduzione fornisce un’eccezionale interpretazione filologica e genetica dei Buddenbrook, con una puntuale e convincente ricostruzione del romanzo sulla scorta di illuminanti accostamenti con i saggi sulla decadenza di Paul Bourget, ma anche naturalmente con intensi confronti soprattutto con il pensiero di Nietzsche, oltre che a preziosi riferimenti alla letteratura scandinava, russa e francese, ben note all’autore, che in quest’opera sa, inoltre, occultare felicemente rimandi allo stesso patrimonio favolistico, massimamente a Perrault, Grimm e Andersen.
La lettura di Crescenzi fornisce un’interpretazione «storico-antropologica» delle quattro generazioni dei Buddenbrook e su ognuna il critico fornisce elementi talvolta definitivi per comprendere la geniale architettura manniana. Il discorso più ardito riguarda l’interpretazione di Hanno, l’ultimo della famiglia, che per Crescenzi riveste una funzione decisivamente positiva nell’oltrepassamento del nichilismo passivo, incarnata dal padre Thomas. Il saggio che introduce Altezza Reale è di Heinrich Detering, di onesta e solida fattura germanica, deludenti sono le pagine iniziali del «papa» della critica letteraria tedesca, l’ultraottuagenario Marcel Reich-Ranicki, di cui ci piace ricordare altri interventi di ben diverso spessore culturale.
Come italiani la lettura del romanzo ci fa sempre tornare in mente che questo assoluto capolavoro (per cui Mann ricevette nel 1929 il premio Nobel) nacque a Roma: infatti a questa narrazione epica - la prima edizione era di mille pagine - tutta nordica, anseatica, goticamente verticale, intinta di sapori luterani, pervasa dal fascino di baltici scenari, il giovanissimo Mann cominciò a lavorare nel soggiorno di quasi due anni a Roma in via di Torre Argentina 34 (e d’estate a Palestrina). La lontananza, l’assenza rendono viva la memoria, Lubecca riaffiora fantasmaticamente illuminata a provare un gigantesco lavoro di archeologia psichica proprio a pochi mesi di distanza dall’Interpretazione dei sogni di Freud.
A Freud Mann giungerà dopo la prima Guerra Mondiale e costituirà con Nietzsche, Wagner e Schopenhauer l’altro suo maestro. Ma già nei Buddenbrook si avverte una tensione per i temi della psicologia del profondo, come prova l’impressionante carenza dell’eros: i protagonisti, i Buddenbrook, in questa separazione dalla forza fondante, dalla pulsione originaria svelano già la parabola della decadenza e dell’annientamento che, secondo Crescenzi, solo la sublime, paradossale trasmutazione di Hanno in «superuomo estetico», in puro essere musicale sa trascendere e risolvere. La latitanza dell’eros indica anche un altro momento del romanzo manniano: il suo apparente anacronismo, la sua impermeabilità alle mode, la sua apparente «provincialità».
Mann raffigura una realtà così intensamente e così vivacemente che essa assume tutti gli elementi per elevarsi a cifra universale e a modo suo «eterna», perché vera, di una peregrinazione tra le fasi più cruciali della modernità, ancora oggi attuale.