La Mannoia vince la classifica dei superbig fuori gara

La competizione dei giovani è passata in secondo piano davanti alle nostre migliori voci: Fiorella, i Pooh, Morandi e Jovanotti ben accompagnato da Ben Harper

Il festivalone guarda alle stelle, nel senso di star. Ieri infatti la serata più magica, e di maggior richiamo ha convogliato all'Ariston un bel manipolo di super-ugole, i cosiddetti superospiti, parallelamente ai giovani che si contendevano la vittoria nel loro settore. Sarà riuscita la presenza di Morandi, Jovanotti, dei Pooh, della Mannoia, di Giorgia a risollevare i mesti indici di ascolto di questa kermesse? Non sarà il vostro critico a porsi il problema, convinto che non sono i grafici dell'Auditel a stabilire la qualità di un evento artistico. Qualità che ieri ha toccato livelli decisamente alti, partendo dalla fragrante esibizione di Giorgia, e arrivando a quella, ogni sera più emozionante, di Loredana Berté, mal gradita ai soliti discografici - non tutti, però - ma fraternamente accettata dai suoi colleghi.

Giorgia, dunque. Vinse a mani basse il festival del '95, cantando Come vorrei, autore Eros Ramazzotti, e sbaragliando perfino l'agguerritissimo Gianni Morandi di In amore. Da allora l'artista romana è maturata assai, depurando il suo stile da quegli eccessi di tecnicismo che non giovava alla spontaneità, e arricchendo di colori la sua bellissima voce. Eccola dunque cesellare, nientemeno, la gershwiniana The man I love (e pazienza se al festival della canzone italiana cantare italiano sarebbe forse più appropriato) con assorta sobrietà e preziose mezzevoci, eppoi rendere omaggio a Luigi Tenco con una affettuosissima Se stasera sono qui, cucinata da Pippo Caruso in sapida salsa jazz. Che altro resta al critico, se non assegnare alla bravissima artista un buon 7 e mezzo?

Poi avanza sul palco Jovanotti. E il discorso si capovolge: non siamo in presenza d'un grande cantante, ma certamente d'un grande autore. Che nel suo ultimo album coniuga il suo sguardo di lucido chiosatore della realtà d'oggi con vibrazioni poetiche mai come oggi intense e con un dominio del linguaggio mai così pieno: pop, melodie cantautorali, rap, rock in felice amalgama. Della quale ieri Jovanotti ha offerto un duplice, eloquentissimo esempio: prima con Fango, complice la chitarra preziosa d'un dolcissimo Ben Harper, poi con A te, madrigale commovente: due validi motivi per non negare al cantautore toscano un sonante 8.

E arriva quindi Fiorella Mannoia, che non cantava a Sanremo dall'88, quando interpretò da pari sua Le notti di maggio, autore Ivano Fossati. Da allora il suo repertorio si è allargato dai massimi cantautori fino alla musica brasiliana. E il suo assoluto talento d'interprete «che canta le nostre canzoni - mi disse un giorno De Gregori - come se le avesse scritte lei», ha trovato splendida conferma, ieri, in due capolavori come Io che amo solo te di Endrigo e Sally di Vasco. Le neghereste un 8 e mezzo? Io no.

Come non lo negherei a Gianni Morandi, che lunedì aveva aperto il festival con una sognante versione di Volare, di Modugno, e ieri ha una volta ancora sedotto il pubblico con quella verve giovanile che non teme il correre degli anni, quella vocalità sempre più raffinata, quella genuinità da figlio del popolo che dalla preistoria di Fatti mandare dalla mamma - autore Enriquez e arrangiatore Morricone, due futuri premi Oscar - non l'ha mai abbandonato, e sono trascorsi quarantacinque anni.

Infine i Pooh, che al festival c'erano stati nel '90, vincendolo con Uomini soli, pagina capitale d'una quarantennale carriera di artigiani del pop. Ieri hanno incluso quella canzone in un medley di successi: professionali, immutabili, bravi cantanti e strumentisti perfetti. Da 7 con lode, almeno.