In mano alle lobbyfinché le urne non ci separino

Senza legittimazione popolare l'esecutivo sarà eterodiretto. Il colpo di mano attraverso lo spread avrà conseguenze pesanti

Oggi è il giorno dei fuochi d’artificio perché se ne va il tiranno Berlusconi. Ieri alla Camera, mentre si approvavano a tempo di record le misure anticrisi, con la parte maggiore dell’opposizione che si sfilava da ogni responsabilità, il capogruppo del Partito democratico ha pronunciato un discorso di rara faziosità, proponendo la piattaforma sulla quale sarà elevata la gogna per tutta la parabola del cosiddetto berlusconismo.
Senza avere avuto un voto di sfiducia, al culmine di una brutale campagna di delegittimazione alimentata dal circuito mediatico-giudiziario e da quello mediatico-finanziario, il capo del governo eletto nel 2008 dai cittadini italiani lascia per senso di responsabilità di fronte ai numeri della maggioranza che ballano. Se avrà dato il via a un governo tecnico rinunciando a giocare la carta decisiva e fatale di tutta la sua vita pubblica, il diritto dei governati a scegliere chi li governa, Berlusconi si trasformerà nel capro espiatorio di un Paese che di nuovo subisce il rigetto dell’alternanza democratica alla guida dello Stato, ed è costretto ad affidarsi a potenze indisponibili al regolare funzionamento delle istituzioni democratiche.
Le conseguenze di questo colpo di mano, con lo spread al posto dei carri armati, saranno penose per tutti, perché un governo tecnico in questo Parlamento, senza una solida e forte maggioranza legittima, scelta dal popolo elettore, sarà esposto a varie forme di eterodirezione lobbistica, a una perdita in termini di indipendenza nazionale e a una navigazione che non promette niente di buono. Infatti a questo esito si arriverebbe, ed è un’aggravante drammatica se subita passivamente, sull’onda di un «miserabile fallimento» (parole del New York Times, non di noi gazzettieri militanti) del governo dell’euro e della sua crisi da parte del direttorio franco-tedesco. La tempesta dello spread dei titoli pubblici espressi in euro è stata indirizzata sull’Italia, Paese fondatore dell’Europa unita, terza economia del continente, grande nazione e democrazia repubblicana della quale il presidente francese Nicolas Sarkozy si è permesso di dire che «deve essere rimessa in carreggiata», nell’ambito di un’aspra offensiva diplomatica, fatta di violazioni dei rapporti internazionali e di aperte irrisioni, il cui scopo è la salvaguardia del sistema bancario francese, e una stabilizzazione ai danni del sistema economico e civile italiano.
Il dramma dell’Italia è che le sue finanze dipendono, a fronte dell’aggressività dei mercati, pervasi da una crisi che nasce a Wall Street oltre tre anni fa e che si propaga in Europa attraverso il debito insolvente greco, da una moneta comune che nessuno difende, e da un sistema finanziario governato da una Banca centrale di Francoforte cucita su misura dell’interesse nazionale tedesco. Il professor Paul Krugman, premio Nobel e guru dell’economia liberal americana, ha detto esplicitamente che noi abbiamo morsicato la mela del peccato originale, e che i nostri guai derivano dal fatto che con questo governo dell’euro siamo regrediti allo status di Paese sottosviluppato obbligato a fissare il prezzo dei suoi debiti in una moneta estera (europea di nome, tedesca di fatto). L’errore capitale di avere assunto questo assurdo modo di vedere le cose, e di non battersi perché la Bce diventi prestatore di ultima istanza, è l’origine della manovra a tenaglia che sta per svuotare di significato la democrazia politica in questo Paese.
Le conseguenze dell’accettazione di una soluzione non fondata sul voto, al di là del prestigio personale del professor Mario Monti e delle stesse intenzioni del capo dello Stato che lo propone come nuovo premier invece di sciogliere le Camere e indire subito nuove elezioni, saranno drammatiche, ma non solo per l’Italia. L’obiettivo è quello di imporci una sorta di terapia autopunitiva, moralistica, che è il contrario di riforme liberali in una società aperta. Sullo sfondo sta una rapina patrimoniale destinata a colpire il valore sociale della casa e a creare nuova depressione, deflazione, ingiustizia. Un’operazione di questo genere si dovrà necessariamente nutrire non già, come alcuni credono, di una spirale virtuosa e riformatrice ma della ricerca, anche ex post, di un capro espiatorio. Slitteremo, con ogni probabilità, in un pantano di risentimenti e in un processo al passato che è purtroppo nelle corde della parte peggiore di questo Paese. Posso solo aggiungere che spero di sbagliarmi, e che sarò pronto a riconoscere il mio errore di previsione se le cose andassero altrimenti, ma sono certo che una rotta disordinata e la fine di una resistenza democratica non può che allungare su di noi l’ombra di un regime senza popolo che si legittima con la messa sotto accusa di una lunga stagione di governi popolari, di destra e di sinistra.