Per mano a mia mamma sotto le bombe

«Una festa per il ritorno di mio fratello maggiore imbarcato su una nave affondata dagli alleati»

Caro Lussana, le trasmetto un ricordo di quanto da me vissuto in occasione del primo bombardamento avvenuto a Olbia il 13 maggio ’43. Ho voluto ricordarlo, anche se per tanti è stato dimenticato, o quasi, visto che mai nessuno ha avuto modo di parlare di quanto ha sofferto la mia Olbia nel periodo bellico. Così come hanno sofferto tanti e tanti luoghi della nostra Italia. La ringrazio sempre con stima.

La guerra, che si accaniva in Europa, da circa tre anni, il 13-14 maggio del 1943, alle ore 14 fece la sua apparizione nella mia Olbia.
Una squadriglia di bombardieri oscurava il cielo azzurro dell’inoltrata primavera. Le sirene di allarme dicevano alla gente di correre verso il rifugio ricavato nei pressi di via Garibaldi.
Bisognava salvarsi nel momento in cui gli aerei nemici bombardavano il porto, l’aeroporto ed il centro della città.
Mia madre prese in braccio mio fratello Giulio, mentre io ero tenuto per mano, nel lasciare l’abitazione sita poco distante dal rifugio. Ricordo che un soldato tedesco incaricato assieme ad altri (ad Olbia aveva sede una compagnia di militari tedeschi), di non far passare la gente che si dirigeva verso il riparo, cercò di fermarla. Mia madre reagì spingendolo per portarsi dopo aver percorso una breve discesa all’ingresso del rifugio, con la folla che si accalcava per entrare all’interno già affollato, una bomba caduta poco distante riuscì a interrompere il desiderio di mia madre, perché venne sommersa da detriti assieme ad altri, ed io e mio fratello fummo afferrati da altre persone che ci aiutarono a portarci all’interno del rifugio. Tale bombardamento terminò dopo che gli aerei avevano portato a compimento la loro opera di distruzione. Una volta usciti dal rifugio, anche senza mezzi di soccorso, nel caos più totale si prestò soccorso alle persone traendole da sotto le macerie... Mia madre venne accompagnata nell’abitazione, dopo che anche i miei fratelli che al momento del bombardamento si trovavano chi al porto, chi nel luogo di lavoro (ad eccezione di Paolino che era imbarcato sulla nave Karalis ed in quel periodo fronteggiava assieme ad altre navi della flotta nel porto di Livorno un attacco alle navi italiane). Si riuscì a trovare il medico il quale diagnosticò alcune fratture ai fianchi ed alla spalla oltre ad altri traumi.
Così, quando gli aerei si allontanavano dirigendosi verso il mare, erano riusciti a portare a termine la loro opera di distruzione sia nelle persone come in tutte le cose con Olbia completamente distrutta.
Bisognava in quel momento decidere il da farsi, e ricordo che mio padre assieme ai fratelli più grandi Adamo, Mario e Tonino, decisero che rimanere a Olbia bersaglio di altri bombardamenti, non era consigliabile. Così con tutte le precauzioni per la mamma, ci portammo nei pressi dell’aeroporto, dove a distanza avevamo una vigna, con un’abitazione rustica. Così lasciammo Olbia, e per prevenire nel caso vi fosse stato bisogno, costruimmo scavando un rifugio, che poteva servire per ripararci eventualmente dalle esplosioni e dalle schegge in caso di altri bombardamenti, che puntualmente giunsero a distanza di un mese dal primo con il solito stormo di aerei scatenando l’inferno. Distruggendo ancora di più l’aeroporto affondando navi che erano in porto e in rada colpendo ancora di più il centro abitato; e come in precedenza allontanandosi dopo aver portato a termine la loro opera di distruzione.
Bisognava a questo punto lasciare Olbia non eravamo più tranquilli rimanendo anche distante dalla stessa. Bisognava andare dove non vi fossero delle basi militari. Così si decise di portarci a Tempio Pausania, e prima di allontanarci accadde un miracolo. Non avevamo avuto parecchio tempo notizie di mio fratello Paolino come ho più sopra detto era imbarcato sulla nave scorta Karalis con l’incarico di mitragliere. Aveva vissuto la battaglia di Capo Matapan, ed altri momenti di guerra in mare, ma nel bombardamento di Livorno la Karalis venne affondata dopo essere rimasto in mare per alcune ore prima di essere tratto in salvo. Naturalmente le sue condizioni fisiche non erano delle migliori, così assieme ad altri fu trasportato nell’Ospedale di Pola, per essere una volta dimesso fare ritorno a Olbia, alla fine del mese di giugno del 1943.
Grande fu la gioia di mia madre quando lo vide arrivare sul luogo dove eravamo sfollati. Ricordo il suo grido nel dire vedendolo arrivare «È ste Paulini (è Paolino)» profferito tante volte. Così, eravamo tutti assieme. e Tutti assieme lasciammo Olbia per Tempio Pausania. Ritornammo dopo alcuni mesi, a guerra finita, quando eravamo sicuri che non vi sarebbero stati altri bombardamenti. Olbia era distrutta, bisognava ricostruire per riprendere la vita interrotta il 13 maggio 1943.
* maresciallo carabinieri in quiescenza