«La mano» troncata dalla scure diventa una splendida opera rock

Luca Doninelli fa rinascere la truce storia vera del chitarrista Gerry Geremia Olsen

Enrico Groppali

da Torino

Sorprendente Luca Doninelli. Che involontariamente cita Paolo Volponi che a suo tempo, quando il compianto Franco Enriquez gli chiese di ridurre per la scena il suo romanzo Il sipario ducale, disse testualmente al regista: «Se il libro ti piace, prendilo, ma non chiedermi mai di riscriverlo». Quel che ha fatto esattamente Luca affidando in toto a Marco Martinelli il suo romanzo La mano che il regista del Teatro delle Albe e la sua musa-ispiratrice-sposa-coautrice Ermanna Montanari hanno tramutato nella più eccentrica opera-rock della stagione. Una conclusione scontata in partenza dato che, ab origine, La mano racconta la vicenda parallela, o meglio la parallela discesa agli inferi della coppia fraterna formata dal chitarrista rock Gerry Geremia Olsen e da sua sorella Isabel, ribattezzatasi suor Isis ed entrata simbolicamente in clausura dopo la scomparsa dell’adorato congiunto.
La storia della vertiginosa attrazione dell’abisso che, nella cronaca, coinvolse dapprima il musicista quando, atterrito dalla concorrenza, giunse ad amputarsi la mano sinistra come in un Bmovie di Joe Dante, e successivamente la sorella che, in un trip da drogata, subì un assoluto rigetto da parte dei conventi in cui,per espiare la trasgressione, voleva rifugiarsi è diventata, nell’estetica di Martinelli, un delirante De Profundis in forma di assolo. Squassato a tratti dal dolente contraltare di un Mickey Mouse formato gigante che adempie alle infernali funzioni di un Cerbero sado-masoch incaricato di scortare la nuova Winnie nel suo definitivo viaggio al termine della notte. Impietosamente frugato dalle luci di taglio, magnifiche e truculente, di Vincent Longuemare, questo apologo noir è calato per intero su un immenso 33 giri dove, scontrosa e solitaria, piroetta Ermanna, sinistra libellula del gioco mortale. Tramutatasi, alla fine, nell’inerte pick up del microsolco dopo essere passata attraverso un’infinita serie di stazioni di marca espressionista che illustrano lo sconcerto contemporaneo.
A cominciare dalla sarcastica parodia dell’amore che Isis Montanari condivide, nella scena iniziale, con un’altra mantide religiosa della fede (Marianna Alcoforado, la Monaca Portoghese) fino a citare per esteso l’autodistruzione di Janis Joplin e gli estremi happening di Diamanda Galas. Un precedente, quest’ultimo, che la coppia Martinelli-Montanari evoca figurativamente nel segno sanguigno della croce mignon che Isis porta appesa al collo, eco terribile e insieme tremendo souvenir della gran croce demoniaca squassata da cima a fondo dalla Galas quando, la voce rotta in una sinfonia di singulti, evocava il fantasma di un altro fratello defunto, un diverso Gerry sprofondato nel più cupo recesso dello spirito. Splendida meditazione rock sull’angoscia, parafrasi dell’inesorabile autodistruzione del suono del senso e della parola, questa nuova tappa delle Albe dovrebbe per coerenza intitolarsi non all’aurora ma alla Patologia del Tramonto.

LA MANO - Opera rock su testo di Luca Doninelli. Regia di Marco Martinelli. Torino