La manovra dell’Unione falcia il ceto medio

Tra i contribuenti con un reddito mensile di tremila euro anche operai specializzati e numerosi funzionari pubblici

Gian Maria De Francesco

da Roma

La prima Finanziaria del secondo governo Prodi ha in sé qualcosa dell’Odradek kafkiano. «È mobilissima e non si lascia prendere». Vorrebbe rilanciare lo sviluppo e si risolve in una maggiore imposizione fiscale. Vorrebbe far crescere tutta l’Italia ma non guarda alle criticità della spesa pubblica. E soprattutto la previsione di circa 15 miliardi di maggiori entrate equivale a oltre un punto percentuale di pil. Due risvolti dei nuovi orientamenti di politica economica, però, si possono già analizzare nella loro drammaticità.
Nord torchiato. Le Regioni settentrionali rappresentano il 60% circa del prodotto interno lordo italiano, secondo i dati disaggregati Istat riferiti al 2004. Il valore aggiunto, ossia la principale misura dell’attività economica, indica che la produzione di beni e servizi al di sopra del Po è più che doppia rispetto al resto d’Italia (Lazio escluso). Che cosa può fare la Finanziaria di Padoa-Schioppa e Visco per quest’area? Peggiorare uno stato di cose già di per sé difficile, considerando che la concorrenza internazionale mette sempre più a rischio la competitività del «made in Italy». Sembrano i soliti slogan confindustriali, ma l’aver ridotto dai previsti 9 a soli 6 miliardi di euro i tagli del cuneo fiscale e contributivo non gioverà agli imprenditori. Il 40% è destinato ai lavoratori dipendenti; quindi alle aziende restano solo 4 miliardi. Nuove infrastrutture per avvicinare l’Italia al resto del mondo? Si tratta di capire come intenderanno sintonizzarsi i verdi e il ministro competente, Antonio Di Pietro. E anche la riforma della legge Biagi si annuncia penalizzante. Senza contare che si intende sottrarre alle imprese buona parte del Tfr, la principale fonte di autofinanziamento. «Di questo passo in Italia non investirò più», afferma Michele Perini, presidente di Sagsa e di FieraMilano nonché ex numero uno di Assolombarda.
Ceto medio bye bye. La vecchia dialettica tra padronato e operaio-massa è storicamente superata. Ma la sinistra non ha smesso di vedere nei «ricchi» il nemico da abbattere. Questa volta, però, l’alzo dei cannoni è quasi zero. L’aver individuato nel reddito lordo annuo di 70mila euro la soglia alla quale applicare l’aliquota del 43% significa accanirsi contro i cittadini che in busta paga contano circa 3.000 euro mensili. Saranno pochi, ma anche qualche qualche operaio specializzato e molti dipendenti pubblici sudano freddo. Anche in questo caso le statistiche giungono in soccorso. È soprattutto al Nord che i redditi da lavoro dipendente in media sfiorano i 35mila euro. Il dato indica una buona densità di contribuenti da spremere soprattutto in quelle Regioni. Il calcolo è presto fatto. Se a queste persone verrà «sottratta» dal fisco un ulteriore ammontare prossimo ai 4.000 euro annui, questo significa che non solo i consumatori spenderanno di meno, ma anche che i piccoli imprenditori, intenzionati, a reinvestire il patrimonio nell’impresa cercheranno di portare i capitali in Lussemburgo o alle Cayman. E le proteste di Confindustria e delle altre associazioni di imprenditori e commercianti potranno modificare di poco la situazione. «Pensare che l’adesione a certe posizioni "riformiste" potesse giovarci in qualche modo è stato un suicidio. Se adesso qualcuno si commuove, io non piango. E il bello deve ancora venire». Mario Mazzoleni, ex numero uno di Confindustria Lombardia e imprenditore bergamasco, non usa gira di parole.
Riformismo tradito. Lombardia e Veneto hanno sempre riconfermato la loro fiducia alla Cdl e ora si trovano scoperte dinanzi alla furia rigorista del governo Prodi. Ma anche in Piemonte, in Liguria e in Friuli non si sorride. Forza Italia e Lega Nord, partiti di riferimento dell’area, non dovrebbero avere difficoltà a riconfermare la loro leadership. Ma questa Finanziaria, comunque, nuoce anche alla politica. Perché umilia la nascente sinistra lib-dem settentrionale: quella che strizza un occhio a Piazza Affari e alle grandi banche e l’altro agli operai che investono i risparmi in fondi e azioni. «Un tradimento degli elettori», l’ha definito il governatore friulano Riccardo Illy. «Così in Lombardia non vinceremo mai», ha detto il ds Luciano Pizzetti. Ma ormai la frittata è fatta. Purtroppo.