Manovra, è gelo tra Berlusconi e Tremonti Al Quirinale si ignorano per quasi due ore

Al Quirinale neppure uno sguardo. Il titolare dell’Economia nega i
veleni: &quot;Volete il cellulare di Letta?&quot;. Ma i ministri berlusconiani: &quot;Va imbrigliato&quot;. <strong><a href="/interni/tremonti_non_faccio_masaniello_i_tagli_politica_riforma_vera/07-07-2011/articolo-id=533542-page=0-comments=1" target="_blank">Nella manovra importanti tagli ai costi della politica</a></strong>: si tratta del più radicale cambiamento degli apparati mai approvato

RomaDue ore e mezzo abbondanti al Quirinale durante le quali Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti s’ignorano cordialmente. La tregua siglata la settimana scorsa sulla manovra con tanto di conferenza stampa congiunta e affettuosità varie ad uso e consumo delle telecamere è stata infatti definitivamente spazzata via dall’Armageddon che ha seguito l’inserimento prima e la cancellazione poi della norma salva-Mondadori. Con il Cavaliere costretto a fare retromarcia nel giro di 24 ore ma convinto che il regista occulto dell’operazione sia stato proprio il ministro dell’Economia. Che dopo aver inserito nella manovra le modifiche al codice di procedura civile avrebbe alzato il telefono ed avvertito prima Giorgio Napolitano e poi Roberto Calderoli. Il che - è il ragionamento che s’è fatto a Palazzo Grazioli - spiegherebbe anche l’uscita di sabato notte del colonnello del Carroccio. «O la Lega porta risultati oppure lascia Berlusconi ai suoi divertimenti», aveva affondato Calderoli durante un comizio a Mondovì. Una botta piuttosto pesante e che era risultata ai più inspiegabile. E che invece non era affatto a freddo come sembrava visto che il braccio di ferro sulla salva-Mondadori era appena iniziato.
Secondo il Cavaliere, insomma, di fatto è stato Tremonti ad organizzare la contraerea. Prima quella padana e poi quella del Colle. Chiudendo le porte ad una norma la cui strada sarebbe peraltro stata comunque in salita anche senza i buoni uffici del titolare di via XX Settembre. Non uno sguardo, dunque, durante la mattinata passata al Quirinale a discutere del rifinanziamento delle nostre missioni di pace all’estero. Solo un breve conciliabolo a quattrocchi tra premier e presidente della Repubblica, con Berlusconi che ribadisce a Napolitano la bontà di «una norma sacrosanta».
Tra Berlusconi e Tremonti, insomma, si è tornati al grande gelo. Nonostante il ministro dell’Economia smentisca categoricamente la ricostruzione in questione. Tanto che, interpellato sulla vicenda durante una conferenza stampa, non perde il gusto della battuta: «Possiamo darvi il telefonino del signor Letta...». Come a dire: chiedete a lui e vi confermerà che io non c’entro. E ancora: della questione «ne parlerà ufficialmente Palazzo Chigi». D’altra parte, anche Gianni Letta qualche minuto prima aveva gettato acqua sul fuoco. E smentito categoricamente «momenti di lacerazione» o «tensione» nel governo».
In verità, non c’è ministro o dirigente del Pdl che non punti il dito contro Tremonti. Perché se pure sulla norma incriminata c’erano perplessità e malumori all’interno della maggioranza, il battage mediatico di questi due giorni non contribuisce certo alla stabilità del governo. La convinzione è che il ministro dell’Economia stia ormai giocando una sua partita che non coincide con quella dell’esecutivo. Anzi, «diverge totalmente» insiste un ministro vicino al Cavaliere. Perché Tremonti «ha capito che il Pdl non imploderà ed è deciso a scatenarci contro la Lega». Carroccio che, sarà un caso, apre un altro fronte con una lettera inviata proprio da Calderoli a Palazzo Chigi per sottolineare l’assoluta inopportunità di esaminare il rifinanziamento delle missioni militari nel Consiglio dei ministri di oggi. È arrivato il momento - spiega il ministro in questione - di «provare a imbrigliare Tremonti». «Dovrà iniziare a ricevere qualche “no”, così finalmente capiremo se quelle dimissioni che minaccia un giorno sì e l’altro pure sono un bluff».