Manovra, il jolly del premier per riconquistare la sinistra

In difficoltà sul caso Telecom, ora pensa a soddisfare le richieste di Prc, Verdi, Pdci e Idv. A Di Pietro potrebbero arrivare 12,5 miliardi per le infrastrutture

Fabrizio Ravoni

da Roma

La legge finanziaria potrebbe diventare la camera di compensazione della vicenda Telecom. È questa la exit strategy che i più stretti collaboratori di Romano Prodi stanno mettendo a punto per superare l’impasse in cui è scivolato il presidente del Consiglio con il braccio di ferro con Tronchetti Provera.
Si tratta di una strada rischiosa, viste le richieste di rigore che arrivano da Bruxelles (acuite dopo la sentenza Ue sulla detraibilità dell’Iva sulle auto). Ma anche la situazione all’interno della maggioranza non è fra le più serene. Pertanto, a Palazzo Chigi, qualcuno sta pensando che forse il gioco vale la candela.
La strategia di far diventare la Finanziaria la camera di compensazione della Telecom punta a rafforzare la posizione di Prodi all’interno della maggioranza, attraverso una captatio benevolentiae delle frange estreme dell’Unione. Per frenare l’offensiva - vera o presunta - di ds e Margherita, Prodi punterebbe a soddisfare le richieste sulla finanziaria di Verdi, Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Italia dei Valori. Fra l’altro, si tratta di partiti e movimenti politici che, tradizionalmente, hanno pochi rapporti con i pianeti dell’imprenditoria e della finanza, a differenza del Botteghino e della Margherita. Pianeti che sembrano aver voltato le spalle al presidente del Consiglio.
Non è un caso che, a differenza dei Ds, Margherita e Rosa nel Pugno, sulla vicenda Telecom Verdi e Italia dei Valori abbiano assunto posizioni di difesa dell’operato di Prodi. Hanno compreso che possono cavalcare la exit strategy di Palazzo Chigi sulla Finanziaria. Una scelta che, nel caso di Di Pietro, si potrebbe tradurre nel vedere in manovra i 12,5 miliardi chiesti per le infrastrutture; altrimenti destinati a essere ridotti per fare spazio al cuneo fiscale. E proprio il taglio del cuneo fiscale potrebbe essere tornato nel limbo della manovra. Vista l’aria che tira fra Prodi e i salotti buoni difficilmente Palazzo Chigi potrebbe concedere questo beneficio alle aziende.
Piccolo particolare. Tommaso Padoa-Schioppa non sarebbe stato ancora informato della nuova strategia messa a punto dagli strateghi di palazzo Chigi.
I rapporti fra Prodi e il salotto (o i salotti) buoni della nostra economia sono entrati in una crisi profonda con la vicenda Telecom. Forse ancora più gravi di quanto i diretti interessati facciano emergere. La cartina al tornasole sono i continui richiami che esponenti di quel mondo fanno all’Iri. «Prodi voleva rifare l’Iri», dice Guido Rossi.
Nell’immaginario imprenditoriale la frase di Rossi è uno slogan. L’Iri impersonifica il Male. E Prodi la voleva ricreare attraverso la Cassa depositi e prestiti. Doveva diventare un conglomerato di partecipazioni non solo pubbliche; ma anche private. Non è un caso che la rete infrastrutturale di Telecom doveva finire alla Cassa, insieme ad Autostrade, Terna e Bancoposta. Un vero centro di potere. E nel mondo dell’economia, il potere attira potere.
Insomma, dopo aver benedetto la fusione San Paolo-Intesa, Prodi stava cercando di realizzare con lo “schema Rovati” un conglomerato finanziario e industriale pubblico. Polo che avrebbe finito per attirare potere al potere. Una circostanza poco gradita ai maggiori partiti della maggioranza, ma anche al pianeta industriale e finanziario.
Così, oggi Prodi si ritrova ad avere ostili proprio le leve che lo hanno portato a Palazzo Chigi. Governare in simili condizioni è difficile. E a qualcuno la sua posizione ricorda quella di Ciriaco De Mita dell’89. Come De Mita, Prodi cerca di andare il meno possibile in Parlamento. Come De Mita, Prodi ha un rapporto complicato con i salotti buoni. Prima lo hanno sostenuto, poi abbandonato.
De Mita, come Prodi, facevano parte di quella che all’epoca era la “sinistra Dc”. De Mita cadde subito dopo la Finanziaria.