La manovra pericolosa sulle pensioni

C’è qualcosa che non quadra nel dibattito sulla Finanziaria. Anzi, più di qualcosa, in particolare nel settore delle pensioni e del pubblico impiego. Da ogni parte si sollecita una correzione dei conti pubblici sul versante della riduzione della spesa corrente primaria e il governo si è impegnato a fare una manovra che ad oggi è quantificata in 30 miliardi di euro. Tutti insistono perché si metta mano al sistema pensionistico per risparmiare e il governo, almeno sino all’altro ieri, era sulla stessa linea. Nessuno, però, ricorda che con la riforma varata nel 2004 i lavoratori dipendenti dal 1° gennaio 2008 possono andare in pensione solo con 60 anni di età e 35 anni di contributi, mentre per i lavoratori autonomi il limite è di 61 anni. In parole semplici è stata elevata l’età minima pensionabile (da 57 anni a 60) che dal 2010 sarà elevata ancora di un anno (61 per i dipendenti, 62 per gli autonomi) e dal 2014 di un altro anno ancora (62 per i dipendenti, 63 per gli autonomi). Per le donne resta ancora sino al 2014 la possibilità di andare in pensione con 57 anni e 35 di contributi. Se si vuole, come crediamo sia giusto, ridurre ancora di più la spesa previdenziale visto il progressivo invecchiamento della società italiana, è da questi numeri che bisogna partire per fare ulteriori strette. E le opzioni possono essere diverse.
Dall’anticipo al 2007 dei nuovi limiti di età già definiti dalla riforma del 2004 alla chiusura delle finestre previdenziali per finire alla modifica dei cosiddetti coefficienti di trasformazione per ridurre il grado di copertura delle future pensioni pubbliche e accelerare in contemporanea la previdenza integrativa. Avremmo, dunque capito, volendo contenere la spesa previdenziale, se si parlasse di queste misure o di altre analoghe. Ed invece abbiamo sentito che si vuole ridurre il cosiddetto scalone (il passaggio per le pensioni di anzianità da 57 a 60 anni) e introdurre un meccanismo di «flessibile volontariato» basato su incentivi e disincentivi.
Se la lingua italiana ha un senso, questa è la strada per aumentare la spesa previdenziale, non per ridurla. L’unico che sembra aver capito quale Santa Barbara si andava a toccare è stato Clemente Mastella che ha proposto di eliminare dalla legge finanziaria la revisione del sistema pensionistico. E noi aggiungiamo qualcosa in più. Se le linee sono quelle preannunciate dai ministri Ferrero e Damiano, meglio sarebbe per tutti non toccare neanche dopo la Finanziaria la riforma pensionistica del 2004 e mettere mano solo a quell’obbligo previsto dalla riforma Dini sui famosi coefficienti di trasformazione. Non dimentichiamo, infatti, che la riforma del 2004 fu approvata contro la volontà dei sindacati e chiunque volesse oggi toccarla con l’accordo dei sindacati dovrebbe solo mettere mano ai cordoni della borsa.
Analogo discorso va fatto sul pubblico impiego. Per risparmiare alcuni miliardi di euro (ormai si danno numeri al Lotto) il ministro Nicolais in molte interviste ha immaginato di aggiungere accanto al normale pensionamento (90mila unità all’anno) un pensionamento anticipato per altri 100mila dipendenti pubblici a cominciare dai fannulloni e fare 25mila nuove assunzioni. Con tutto il rispetto per Nicolais questa soluzione a breve non dà risparmio e nel lungo periodo è un aggravio di spesa dal momento che le pensioni rientrano naturalmente nella spesa pubblica corrente, anzi ne rappresentano la maggior parte. In verità è tutto il comparto della pubblica amministrazione ad essere attraversato da dichiarazioni contraddittorie. Ricordiamo male o il ministro dell’Interno Giuliano Amato nel mese di giugno dichiarò che la sua amministrazione non aveva i fondi per pagare il fitto di molti locali usati dalla polizia e che scarseggiavano anche quelli per la benzina? Come si concilia questo sconsolato appello di Amato, per non parlare dei problemi della Difesa con le nuove missioni militari, con l’annunciato risparmio di alcuni miliardi nella pubblica amministrazione? Noi non dimentichiamo che alla fine degli anni Novanta fu varata dal centrosinistra, gestore illuminato Franco Bassanini, una riforma della pubblica amministrazione che avrebbe dovuto dare razionalità alla spesa riducendola e maggiore efficienza agli uffici pubblici. Se quella riforma è fallita, è bene ammetterlo, diversamente non si capisce niente. Sappiamo bene che la politica economica di bilancio è cosa troppo seria per farne terreno di rissa permanente, ma diventa sempre più difficile continuare a tollerare appelli generici, numeri fasulli e dichiarazioni uguali e contrarie.