La manovra proletaria dell’ex operaio Ferrero

Il solo difensore con timbro e suggello degli interessi del popolo al Consiglio dei ministri, è il rifondazionista Paolo Ferrero, detto il «Bertinotti valdese». È il venticinquesimo ministro, quello della Solidarietà sociale. Un fiero operaio in una congrega di imborghesiti. L’unico che parli in nome delle masse, della base, dei collettivi.
Parlare, è dire poco. Ferrero usa il sublime linguaggio che fu di Fausto Bertinotti quando era ancora Bertinotti. Un misto di opere giovanili di Marx e dei più recenti ritrovati del sindacalese. L’effetto è fresco e vario. Sull’occupazione dice: «Il nesso tra scomposizione e precarizzazione genera una vertenzialità diffusa e processi di privatizzazione e esternalizzazione». Sull’economia: «La vertenzialità diffusa dei processi di privatizzazione e esternalizzazione generano il nesso tra scomposizione e precarizzazione». Tirando le somme: «Privatizzazione e scomposizione generano esternalizzazione del nesso di vertenzialità con processi di precarizzazione diffusa».
Il ruolo di Paolino al Consiglio dei ministri è bloccare la linea antiproletaria del sinedrio composto da ex dc, socialdemocratici e infiltrati del grande capitale. «Siamo uno contro 25», dice includendo Prodi. La sua tecnica è lasciarli parlare tutti, per poi rovesciare i giochi: «Se toccate le pensioni, è sciopero», «A piangere siano i ricchi», «La manovra va spalmata in due anni, meglio in un secolo». Al ministro degli Esteri, D’Alema, che vuole sempre partire per qualche guerra, ripete ossessivo: «Via anche da Kabul». A solo 46 anni (in novembre), più giovane tra i ministri dopo la leggiadra Giovanna Melandri, Ferrero si è imposto come coriaceo massimalista. Col volto serio, la lenta parlata piemontese, ha surclassato il verde Pecoraro Scanio, l’unico paragonabile per estremismo. Di fronte alla gravità da sacerdote egizio di Paolino, l’altro, con la sua chiassosità partenopea, sembra una macchietta.
Forte del prestigio da quacchero che ha acquisito, Paolino si è permesso nei cinque mesi di governo proposte di respiro europeo. L’arretrata provincia italiana ne è rimasta sconcertata.
Poiché una delle sue fisse è «sterilizzare» la legge sulla droga Fini-Giovanardi, ha esordito in giugno proprio sul tema. Per chi fuma spinelli, nessun problema. «Fumino - ha detto - e siano felici». Per chi si inietta roba, invece, è pronto a offrire la «stanza del buco», che lui preferisce chiamare, all’europea, «shotting room». A Giovanardi che si è ribellato, ha risposto profetico anticipando le Iene: «Anche tra i politici è diffuso l’uso di coca. Le droghe girano nei Palazzi». E ha maliziosamente insinuato che «a farsi» siano soprattutto i parlamentari della destra, osservando che la legge berlusconiana «non a caso, è più permissiva sul versante cocaina che su quello dello spinello».
Ne è seguita una polemica e la richiesta di dimissioni. Ma Paolino, tipo tosto, non è arretrato di un millimetro.
Un’altra sua aspirazione è trasfondere sangue fresco in questo anemico Paese. Non c’è che da scegliere: moldavi, albanesi, romeni, marocchini. Lungi da lui pianificare i flussi. Bisogna invece attirare immigrati, spargendo cittadinanze come coriandoli. Per sveltire, ha proposto permessi di soggiorno premio ai clandestini che, trovato un lavoro, denuncino i datori. Stavolta, si è spazientito perfino il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, in genere allineato e coperto. «Gigantesco favore alla criminalità che gestisce i clandestini», ha esclamato e aggiunto: «Diventerebbe una sanatoria automatica». Paolino ha fatto il viso mesto, cosa che non gli riesce difficile, e ha abbozzato. Ci riproverà.
Come avrete capito, Ferrero è un entusiasta dell’illegalità. Non perché sia un Al Capone ma perché, al contrario, è un illuminato. Egli sa che il delitto è figlio del bisogno e della tirannia borghese. Non poteva quindi mancare tra le sue passioni l’occupazione degli edifici. Non a caso ha come capo della segreteria al ministero, Massimo Pasquini, segretario romano dell’Unione inquilini, il sindacato di settore di Rifondazione comunista. L’Unione è l’arcangelo Michele degli occupatori di abitazioni sfitte, il braccio giuridico dei Lucio D’Erme, dei Centri sociali e altri combattenti per l’abusivismo. È sul sito internet del sindacato e non su quello del ministero, che nei mesi scorsi abbiamo appreso in anteprima cosa bolliva nella pentola di Paolino in tema di locazioni. Compresa la cronaca dell’arringa da lui tenuta agli sfrattati romani di via De Lollis, simbolo di resistenza ai palazzinari che rivogliono il palazzo. Questa del sito è un bizzarro miscuglio tra ruolo di ministro, cioè lo Stato, sindacato e partito. Come se Prodi delegasse a Nomisma l’informazione su Palazzo Chigi.
Paolino è un pio valdese della Val Germanasca, la più appartata e impervia delle tre in cui regnano i seguaci di Pietro Valdo. Le altre due sono Val Pellice e Val Chisone. Il nome antico della Germanasca era Val San Martino, ma ai valdesi i santi non piacciono e lo hanno cambiato. Ferrero è nato a Chiotti di cui il nonno fu sindaco socialista. A sette anni, il ragazzo si stabilì con la famiglia a Vilar Perosa, sinonimo di Agnelli. Qui, il babbo lavorava alla Riv-Fiat. Paolino prese diligentemente il diploma all’Istituto tecnico industriale. A 17 anni era già iscritto a Democrazia proletaria e l’anno dopo era operaio alla Fiat Mvp. Diventò subito specializzato. In volantinaggio e propaganda di partito.
Tre anni dopo, nel 1981, la sua esperienza lavorativa finì per sempre. Messo in cassa integrazione a zero ore, faceva capolino in azienda solo per riscuotere il sussidio. Questo terno al lotto segna, in certo modo, il suo primo incontro con Fausto Bertinotti. Fu infatti il leggendario Subcomandante a mettere in ginocchio la Fiat occupandola nel 1980 alla testa della Cgil e bloccandone l’attività. È a lui, insomma, che Paolino deve la fantastica vacanza permanente iniziata a 21 anni. Reddito garantito e fresco di energie, si tuffò nella politica e nella religione. Nel 1985, ventiquattrenne, lo ritroviamo contemporaneamente segretario piemontese di Dp e segretario nazionale della Federazione giovanile evangelica italiana.
Della Fgei si diceva che si differenzia per una sola lettera da Fgci, la gioventù comunista, ma che fosse molto più a sinistra. Infatti era il cuore del valdomarxismo, una variante della comune ottusità. Fondata negli anni ’50 dal pastore Tullio Vinai, poi senatore della «Sinistra indipendente», in realtà comunista al cubo, la Fgei era una fucina di barricadieri, temuti dai valdesi moderati. Aveva un suo nido d’aquila nel villaggio l’«Agape», nei pressi di Prali. Era allo sprofondo della Germanasca, sotto le cime del Cappello d’Envie e del Cornour. Miele per Paolino, provetto scalatore, oltre che ciclista, jazzista, suonatore di chitarra, piano e violino. All’«Agape» si organizzavano campi gay e si affacciavano brigatisti in cerca di nutrimento spirituale. Proseguendo nella carriera, il pio marxista aderì nel 1991 alla neonata Rifondazione bertinottiana, travasandovi parte di quel che restava di Dp. Per Paolino, entrare nell’orbita di Bertinotti fu come il bacio del principe alla Bella addormentata. La vita prese una piega più ariosa. Gli si spalancarono le porte di Torino e del Consiglio comunale. Divenne capogruppo di Rc, che era all’opposizione della giunta di sinistra del sindaco Castellani, il quale, con l’arrivo del valdese, finì tra le fauci dell’insonnia. Al solo accenno privatizzazioni, Paolino aveva uno scatto pavloviano e piantava ostruzionismi coi fiocchi. Castellani fu inchiodato notti intere sulla scranna, col Nostro di fronte che gli faceva l’elogio del collettivismo.
Il pio valligiano si presentava in Consiglio in perfetta tenuta da antenato no-global. Era un trasandato studiatissimo, metà trappista, metà capo indiano. Sandali a stringhe, pantaloni e camicie coordinati. Borsello a tracolla pendulo sul fianco, marca «The Bridge». Un perfetto no-global griffato. È tuttora la sua tenuta, quando non fa il ministro. Così come guida una Mercedes antidiluviana a stratosferico potenziale inquinante sulla quale ha però recentemente impiantato la propulsione equo-solidale a gas metano. Evita la mondanità. Detesta gli alberghi e i ristoranti con le stelle. Ne bastano due e rifiuta di entrare. Ama le «piole» (deliziose osteriole piemontesi), cibi incorrotti, vacanze nella Provenza sperduta. Aborre la Costa Smeralda. Legge autori complicati, anche politicamente scorretti, come i destrorsi Popper e Heidegger. È elitario nelle compagnie. Dice: «Ho poco tempo. Voglio passarlo con persone intelligenti». Fa niente se sono di un’altra parrocchia.
Alla Camera, per esempio, si trova bene con Mauro Marino, che è della Margherita. Intanto, si bertinottizza sempre più. Fuma il sigaro come Fausto; perde i capelli al giusto ritmo per eguagliarne la lucida pelata quando avrà la sua età tra 20 anni; si esprime come lui. Non stupisce perciò che ne sia il pupillo. L’altro è il giovane capogruppo alla Camera, il napoletano Gennaro Migliore. Ma Paolino lo sopravanza di varie spanne nella corsa alla successione di Ciccio Giordano nella guida di Rc.
Dopo 25 anni di unione e due figli, Agnese di 18 e Nicolò di otto anni, il ministro si è separato. Lo ha fatto, ha confidato a una giornalista, dopo un «lungo percorso di discussione» con la moglie. Del divorzio lo ha colpito che sia un fatto intimo anziché «un rito di passaggio che esprima la partecipazione collettiva» con cerimonie tipo nozze o funerale. Nella sua società ideale l’argomento dovrebbe invece dar luogo a una discussione di massa.
Aspettiamoci che Paolino introduca per decreto il divorzio con partecipazione collettiva che esprima il rito di passaggio o, almeno, la partecipazione del passaggio che esprima il rito collettivo.