Manovra, ma quella norma va cambiata

C’è da qualche anno in occasione di provvedimenti economici una sorta di «bulimia» legislativa che c’impressiona. E naturalmente ci preoccupa. La prima Finanziaria di Padoa-Schioppa aveva oltre 1364 commi, la seconda 1193 e l’attuale manovra economica di Tremonti oltre 700. E manca ancora all’appello la vera e propria Finanziaria che sarà presentata a fine settembre. E meno male che siamo tutti per una semplificazione legislativa. Uno tsunami di questa portata ha in sé un rischio e cioè quello che pochi, alla fine, sanno ciò che veramente contengono le norme approvate. Lo abbiamo constatato di persona con la Finanziaria di Padoa-Schioppa, lo verifichiamo in questi giorni nel dibattito parlamentare sulla manovra di Tremonti. Ma ciò che più preoccupa è che in questo «mare magnum» legislativo vengono inserite norme oscure e spesso discutibili. Un esempio da non dimenticare fu quello prodotto da una manina senza volto che nella prima Finanziaria di Padoa-Schioppa introdusse un condono per i danni erariali procurati dagli amministratori locali. E così sembra sia accaduto nella manovra economica approvata ieri dalla Camera dei deputati. Anzi, forse, qualcosa di peggio. Tra le mille norme ancora da decifrare, infatti, ce n’è una che consente al ministro dell’Economia con un proprio decreto di modificare gli stanziamenti di bilancio definiti con norma di legge. Dire che questa norma viola la costituzione è dir poco. Chi l’ha introdotta, presumiamo all’insaputa del ministro Tremonti e dell’intero Consiglio dei ministri, ha nella testa un’idea autoritaria dello Stato. Finanche nei sistemi presidenziali (vedi gli Usa) infatti, la legislazione di spesa è compito dei Parlamenti lasciando al presidente un diritto di veto ma non certamente quello di azzerare spese o proporne di nuove con strumenti amministrativi. Nel nostro ordinamento c’è addirittura un vincolo costituzionale per cui con la legge di bilancio non si possono «stabilire nuovi tributi e nuove spese». Vincolo anch’esso abolito sempre con lo stesso articolo dell’ultimo provvedimento economico. Qui non si tratta di un «purismo costituzionale» di vecchio stampo ormai in disuso nelle grandi democrazie. Queste norme testimoniano, purtroppo, un lento scivolare verso un’idea secondo la quale governabilità e democrazia non sono termini tra loro compatibili. Un errore grave che non emerge in un dibattito culturale e politico alto ma che al contrario entra di soppiatto nella legislazione nella generale disattenzione di quanti spesso litigano sul nulla. È tempo, allora, che si metta un punto fermo e che si torni a discutere con calma per evitare errori di questo genere auspicando, nel caso specifico, che sia il Senato a correggere questa «svista» costituzionale. Se richiamiamo l’attenzione di tutti è solo perché nessuno, domani, potrà dire che non sapeva. E dalle vette costituzionali passiamo alle valli dei contenuti citando una sola tra le tante questioni ancora da approfondire. Le cronache degli ultimi giorni ci hanno informato sullo scontro tra Formigoni e Tremonti su chi dovesse pagare il conto per l’abolizione del ticket sulla diagnostica, se cioè le singole Regioni o lo Stato centrale. In un’ottica di riduzione della spesa pubblica tanto drastica e forte da mettere, a nostro giudizio irresponsabilmente, nel conto un ulteriore grave rallentamento della crescita economica, abolire il ticket sulla diagnostica, o addossare il conto alla finanza pubblica è davvero incomprensibile. Tutti sanno che un’offerta sproporzionata genera una domanda incontrollabile. In particolare nel settore sanitario, terreno delicato dove la spesa si ferma nell’incrocio tra offerta del medico e singolo cittadino. Un ticket, con la esenzione, naturalmente, per età, per reddito e per patologia, non è il toccasana ma è certamente un deterrente per non far crescere a dismisura una spesa sanitaria non qualificata sottraendo così risorse a settori di più alto impatto qualitativo nella tutela della salute. Due soli esempi, dunque, che confermano ancora una volta che fretta e confusione spesso sono pessime consigliere.
Geronimo