Una manovra senza padri per un governo senza futuro

Paolo Armaroli

Il governo Prodi cammina con il passo del gambero: ne fa uno avanti e due indietro. Sulla manovra economica il presidente del Consiglio e i suoi prodi, a cominciare da Tommaso Padoa-Schioppa per finire a Vincenzo Visco, stanno dando il meglio del peggio. Si sono per mesi e mesi sciacquati la bocca con quella parola magica che va sotto il nome di concertazione. E sono stati così bravi, pensate, da scontentare un po’ tutti. Che si sono fatti sentire al punto tale da indurre il governo a una sostanziale retromarcia. Insomma, le parole d’ordine sono quelle di sempre: avanti, piano, quasi indietro. Dopo aver fatto la faccia feroce, il governo è sceso a patti secondo un collaudato copione. D’altra parte Carlo Arturo Jemolo sosteneva che alle mammelle dello Stato si attaccano i più forti, lasciando i più deboli a bocca asciutta.
Questo governo ha mandato in solluchero solo due soggetti: la Cgil e Rifondazione comunista. Non lo diciamo solo noi, ma addirittura lo sostengono le più accreditate agenzie di rating. Si pensava di varare un governo di centrosinistra e si è finito per avere un governo di sinistracentro, dove la sinistra radicale, della quale Prodi ha una paura del diavolo non avendo dimenticato che nell’ottobre del 1998 fu Bertinotti a sfilargli la poltrona di Palazzo Chigi, sta avendo sempre più il sopravvento. Non a caso chi pagherà il conto di questa manovra economica saranno soprattutto le categorie sociali che non si sono piegate all’Unione e alle elezioni politiche hanno riversato il proprio consenso a favore della Casa delle libertà. Una manovra economica che di giorno in giorno si dilata come l’inchiostro sulla carta assorbente. Già perché, come ammoniva Milton Friedman, nessun pasto è gratis. Se per venire in qualche misura incontro alle legittime richieste di questa o quella categoria si allargano i cordoni della borsa, è chiaro che i soldi usciranno dalle tasche del solito Pantalone in maniera più copiosa.
Ma il governo procede anche come un’allegra compagnia di ubriachi. Ossia in ordine sparso. Prodi si è vantato del fatto, come un qualsiasi Tartarino di Tarascona, che la manovra economica è stata approvata dal Consiglio dei ministri all’unanimità. Ma poi svariati ministri con ogni evidenza si sono pentiti di aver dato disco verde a cuor leggero. E hanno presentato a uno sbalordito presidente del Consiglio ben 254 emendamenti. Ora è vero che quando nei due rami del Parlamento ha inizio la sessione di bilancio, che si trascina da ottobre a dicembre, si tenta l’assalto alla diligenza ministeriale. Ma a darlo è sempre l’opposizione. Nonché, sovente e volentieri, la maggioranza. Ma non si è mai dato il caso di ministri che si fidano tanto poco del proprio governo da dare loro stessi l’assalto al quartier generale. Proprio per questo il numero uno di Mts Giancarlo Garbi, che non è un Pinco Palla, dopo tutto ha fatto una semplice constatazione quando ha affermato che «mercati e agenzie hanno concluso che il governo non crede alla manovra appena varata».
D’altra parte Napolitano abbaia alla luna quando invita Prodi alla prudenza. Dialogo con l’opposizione? Macché. Il presidente del Consiglio fa orecchie da mercante. Va avanti come se avesse una maggioranza di ferro anziché di ricotta. E radicalizza lo scontro ponendo a ripetizione la questione di fiducia. Cossiga, che una ne fa e cento ne pensa, non ci trova nulla di male perché è questa che caratterizza il sistema parlamentare rispetto a quello assembleare. Verissimo. Ma si dà il caso che Cossiga nel 1980 e Prodi nel 1988 sono caduti su una questione di fiducia. A riprova che di troppa fiducia si può anche morire.
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