La manovra? Servono altre risorse

Da cinque mesi insistiamo col dire che l’emergenza del Paese è la crescita. Ne abbiamo parlato prima ancora che il vento della crisi soffiasse sulle maggiori economie mondiali. Ne spiegammo le ragioni già alla fine del primo trimestre di quest’anno quando già erano chiari i segni della nostra recessione e ne riparlammo in occasione della manovra finanziaria dello scorso giugno. Ne continuammo a parlare durante tutta l’estate spiegando che un Paese con un’economia come la nostra, che da dodici anni era la Cenerentola d’Europa per tasso di crescita, aveva un problema in più degli altri dinanzi alla recessione. Gettammo altresì l’allarme sulla triplicazione dell’indebitamento delle famiglie consumatrici italiane avvenuta negli ultimi anni. Ricordammo, insomma, questo ed altro per spiegare che andava fatta subito una manovra di sostegno alla domanda pubblica e privata per contrastare gli effetti socialmente nefasti della recessione nella quale eravamo già di fatto precipitati nel secondo trimestre di quest’anno prima ancora cioè che il governo Berlusconi iniziasse a lavorare. Lo stesso presidente del Consiglio, così come sottolineammo già diverse settimane fa, ha cominciato a spingere in maniera determinante per una manovra di sostegno all’economia reale. E ora sembra arrivato il momento di una comune convinzione che bisogna intervenire ed anche presto per evitare quel peggio che secondo Mario Draghi dovrebbe ancora venire. Di qui l’annunciata manovra di 80 miliardi di euro recuperati tra i vari capitoli di bilancio. Parlare di una manovra prima che questa sia stata definita è un esercizio che non ci appassiona perché facilmente si scade in una polemica contro i fantasmi. Diciamo subito che accanto ad una operazione di accorpamento di fondi già stanziati nel bilancio dello Stato per fare massa critica e rilanciare ad esempio le grandi opere pubbliche, varrebbe la pena forse di trovare anche il modo di aggiungere alla manovra risorse nuove. Su questo versante è fin troppo nota per ripeterla nel dettaglio la nostra proposta di vendita di immobili dello Stato usati dalla pubblica amministrazione per ricavare alcune decine di miliardi di euro da immettere nell’economia reale. Trovare i soldi è essenziale, ma non è sufficiente. È importante, infatti, l’uso che se ne fa sia se si tratta di vecchi stanziamenti di bilancio che di nuove risorse. Le ricorrenti crisi delle Borse impongono interventi immediati per il nostro sistema creditizio. Assistere al fatto che ad esempio la capitalizzazione di Banca Intesa e Unicredit messa insieme ad oggi è inferiore al patrimonio netto della stessa Unicredit non è più tollerabile. C’è una crisi di liquidità che va assolutamente superata. Rapidità, dunque, per evitare che la crisi dei mercati finanziari aggravi ulteriormente quella dell’economia reale. D’altro canto le previsioni per il prossimo anno sono drammatiche e gli stessi dati forniti dalla Confindustria (meno 1 per cento del Pil nel 2009) rischiano di essere ottimistiche. Come abbiamo detto non rincorriamo le voci come quelle ad esempio di una riduzione di qualche punto dell’acconto Irpef di novembre ricordando che i contribuenti, in tempi di magra, si riducono da soli l’acconto salvo pagare gli interessi in occasione del conguaglio. Diciamo però che l’Italia ha bisogno urgente di più consumi, di più investimenti privati, di maggiori investimenti pubblici estesi oltre che alle opere pubbliche anche a quei settori che hanno un più forte impatto sulla crescita strutturale della nostra economia, nonché di interventi a favore delle piccole e medie imprese che sono l’asse portante della nostra struttura produttiva. Un piano, insomma, di forte sostegno alla domanda con l’occhio puntato ad una futura nuova politica dell’offerta senza cadere nella tentazione o di minimizzare ciò che sta accadendo o di abbandonarsi ad un catastrofismo disperato. Questo governo ha la forza e la qualità per volare alto nell’interesse di un Paese che ogni giorno che passa è sempre più in affanno.