Le manovre del guaglione

Concludiamo il viaggio nel nuovo «partito democratico». Dopo avere illustrato i ruoli di Massimo D'Alema, Gregorio Gitti e Guglielmo Epifani, vogliamo riflettere su un politico che potrebbe aprire una pericolosa falla non solo nella costituzione del futuro «partito» ma nello stesso governo: Francesco Rutelli. Il vice premier «moderato» ha fatto dopo il 2001 un miracolo.
Dopo avere offerto il volto e il petto alla sconfitta del centrosinistra, si è trasformato da attor giovine in protagonista pesante, condizionando la coalizione diessin-margheritica da posizioni moderate su tutti i temi: economico-sociali, di politica estera ed eticamente sensibili. La base per questo nuovo corso è stata offerta a Rutelli da vari interlocutori.
Da una parte la componente «borghese-borghese» del centrosinistra, quella che ha il volto di Riccardo Illy, ha scelto in lui il campione, sfidando - per esempio con Massimo Cacciari - persino il potente partito della Quercia. Dall'altra il cardinale Camillo Ruini ha trovato in Rutelli un politico capace di contrastare la zapaterizzazione del centrosinistra. Infine l'ex sindaco di Roma è stato eletto a punto di riferimento dal cosiddetto piccolo establishment (innanzi tutto Luca Cordero di Montezemolo e Paolo Mieli) per «moderare» la sinistra. Quando, poi, il piccolo establishment ha flirtato con Romano Prodi, Rutelli ha trovato una sponda anche in Carlo De Benedetti che volendo fare un take over su tutto il centrosinistra ha bisogno non solo di un'opzione ds (Walter Veltroni) ma anche di una moderata. I fattori di forza di Rutelli, però, che gli davano un ruolo nel futuro «partito», stanno evaporando. I settori «borghesi» sono costretti sulla difensiva dalla linea sindacalistica dell'ineffabile duo Prodi-Tommaso Padoa-Schioppa. Il cardinale Ruini ha trovato, via Savino Pezzotta, un ottimo canale con il più solido Franco Marini, con cui il presidente della Cei aveva prima litigato. Il piccolo establishment (difficoltà di Marco Tronchetti Provera, fusione San Paolo-Banca Intesa, Sergio Marchionne insofferente di Montezemolo, crisi del Corriere della Sera, sbandamenti di Confindustria) è sempre più fragile. Con De Benedetti, si tratta di vedere se Paolo Gentiloni sarà capace di costruire qualche terreno di intesa, altrimenti la stella di Veltroni diventerà inarrestabile. Il futuro politico del centrosinistra pare ormai offrire solo due opzioni: un'improbabile egemonia prodiana (con Piero Fassino come maggiordomo) che emarginerebbe Rutelli o l'affermarsi di un asse, esplicitamente antirutelliano, D'Alema-Marini con probabile governo istituzionale per riportare l'Italia al voto.
Che cosa farà Rutelli? Vedremo se De Benedetti offrirà un'ultima chance. Però quello di cui si parla di più oggi, è il tentativo del piccolo establishment di preparare uno sbocco diverso alla situazione, trasformando gli scontenti di Pierferdinando Casini e Rutelli in iniziativa politica. Alcuni disperati del centrosinistra credono ancora che questa operazione si tradurrà in un supporto al loro governo: ma la forza dell'ala radicale della maggioranza prodiana non può essere sostituita dalla piccola Ud, e dunque la maggioranza diventa inallargabile. Non è da escludere, invece, una sorta di Dini 1995 o Mastella 1998 ma in senso contrario: un pezzo del centrosinistra (Rutelli, radicali, scontenti vari) che si unisce al centrodestra per preparare le elezioni e una futura formazione a tre punte (Casini-Montezemolo-Rutelli) per equilibrare l'asse Berlusconi-Fini. Certo, poi, il partito democratico potrebbe ugualmente nascere. Ma in uno scenario sconvolto.