Manovre per incastrare il super-poliziotto

Il governo Prodi per ragioni di stabilità interna ha ancora una volta ammaccato le istituzioni. L’annuncio della sostituzione del capo della Polizia, Gianni De Gennaro, ha infatti origine dallo scontro perenne tra l’anima riformista e quella massimalista dell’esecutivo. La vicenda sembrerebbe l’ennesimo caso di goffaggine politica (e in parte lo è), ma una ricostruzione dei fatti mette in luce anche una «regia» - ben poco sapiente - che vede un partito, Rifondazione comunista, dettare tempi e modi della sostituzione al presidente del Consiglio. La testa di De Gennaro, infatti, è un trofeo prezioso che il Prc ha necessità di esibire di fronte alla sua base sempre più scontenta del gruppo dirigente. Dopo il flop della piazza contro la visita a Roma di George Bush, nel Prc è scattato l’allarme rosso: bisogna recuperare il rapporto con la base e i movimenti noglobal. De Gennaro è l’obiettivo ideale perché soddisfa contemporaneamente l’antiamericanismo (il prefetto ha un legame speciale con gli Stati Uniti e ha ricevuto la Meritorious Medal dell’Fbi) e l’altermondialismo anti-G8 che è la bandiera dei movimenti noglobal. L’inchiesta sugli incidenti al G8 di Genova è soltanto l’innesco di un’operazione che serve a Prodi per stare in sella ancora un po’ e al Prc per riguadagnare terreno presso il suo elettorato deluso dal moderatismo (presunto) del suo gruppo dirigente.
Il prefetto De Gennaro riceve l’avviso di garanzia l’11 giugno. Gli viene consegnato dalla Guardia di finanza con il contestuale invito di presentarsi prossimamente a un interrogatorio. Fin qui, la giustizia fa il suo corso normale. Ma è da qui che parte una catena di eventi davvero interessante e istruttiva. Due giorni dopo, il 13 giugno, la deposizione del vicequestore Michelangelo Fournier sulla «macelleria messicana» della scuola Diaz a Genova, provoca una serie di reazioni di parlamentari della maggioranza che invocano la costituzione di una commissione d’inchiesta sul G8 e il licenziamento di De Gennaro. Vittorio Agnoletto, europarlamentare del Prc, è chiarissimo: «Cosa aspetta il governo di centrosinistra a sostituire e dimissionare il vertice della polizia?».
Non passano nemmeno 24 ore e la polemica finisce in Parlamento: Roberto Villetti, deputato della Rosa nel Pugno, annuncia la presentazione di un’interrogazione urgente che chiede le dimissioni del capo della polizia. L’interrogazione viene formalmente presentata in assemblea il 19 giugno e con la rapidità di un cobra viene inserita nell’ordine del giorno del question time previsto per il 20 giugno, presente in aula il presidente del Consiglio Romano Prodi.
Il capo del governo in aula annuncia la sostituzione del capo della polizia e su questo punto si concentra la polemica dell’opposizione. In realtà Prodi dice molto di più. Rispondendo a Villetti, il presidente del Consiglio anticipa il giudizio del governo sui fatti del G8, perché quando fa riferimento ai lavori e ai documenti di maggioranza e opposizione votati nel comitato di indagine della scorsa legislatura, dichiara di riconoscersi «nelle posizioni espresse dall’allora minoranza». L’adesione della presidenza del Consiglio a quei documenti e a quelle conclusioni è l’anticipazione di un giudizio (politico) sul capo della polizia De Gennaro, in quanto l’obiettivo della sinistra radicale, fin dal primo momento, è stato sempre quello di dimostrare la continuità della catena di comando e dunque la responsabilità diretta del capo della polizia sugli incidenti di Genova. Il presidente del Consiglio dunque da una parte esprime solidarietà a De Gennaro, ma dall’altra sposa le tesi di chi ha sempre puntato al suo licenziamento e alla sua uscita definitiva dagli apparati di sicurezza del Paese.
Concluso il question time, nella stessa giornata del 20 giugno, un lancio dell’agenzia Ansa delle ore 22:55 annuncia l’iscrizione nel registro degli indagati del capo della polizia. È l’atto conclusivo dell’escalation contro De Gennaro. La concomitanza dei tempi - annuncio di Prodi e notizia dell’indagine su De Gennaro - non è casuale. La sceneggiatura era già scritta e soprattutto nota. Lo dimostrano almeno un paio di robusti indizi. Il 17 giugno - tre giorni prima del De Gennaro Day a Montecitorio - Franco Giordano, ospite della trasmissione In mezz’ora condotta da Lucia Annunziata su Rai3 dimostra una granitica certezza sulla sorte del capo della polizia. Il segretario di Rifondazione spiega che «De Gennaro è al termine del suo mandato» (la stessa motivazione portata da Prodi nell’aula parlamentare), che «noi abbiamo bisogno della commissione d’inchiesta» e alla domanda sulla possibile nomina di De Gennaro al vertice dei servizi segreti, dopo la riforma parlamentare, replica seccamente: «Sono convinto che non succederà». Quattro giorni dopo, il 21 giugno, i giornali hanno ampi stralci letterali dell’avviso di garanzia a De Gennaro. I cronisti fanno ovviamente il loro lavoro e pubblicano notizie di cui vengono a conoscenza, ma qui c’è la prova che l’avviso di garanzia ha forato il muro del segreto istruttorio e il suo contenuto era già noto non solo ai giornalisti ma anche a chi siede nella stanza dei bottoni. Eloquente è il particolare pubblicato da Il Manifesto che, oltre ad avere ampi stralci del provvedimento a carico di De Gennaro, riportava come data l’8 giugno e non l’11 giugno, data di consegna dell’avviso di garanzia nelle mani del prefetto De Gennaro. Un errore? No, semplicemente l’8 giugno è la data riportata in calce a pagina quattro del documento sottoscritto dai pubblici ministeri della procura di Genova. Solo chi aveva in mano il documento o lo aveva letto poteva saperlo. Alla fine della fiera, per questioni interne alla maggioranza, ancora una volta a rimetterci sono le istituzioni e la credibilità dell’Italia a livello internazionale, perché negli Stati Uniti a De Gennaro viene conferita una medaglia, in Italia un avviso di garanzia e un avviso di licenziamento dal capo del governo.
Mario Sechi