Mansuè, la Bucarest italiana in Veneto

Un ragazzo: "Qualche anno fa giocavamo insieme. Adesso tutto è cambiato: sono cominciati scippi, rapine nelle ville e anche delitti"

Mansuè (Treviso) - Bucarest? «Entrare nella rotonda, poi prendere la seconda a destra e proseguire diritto fino a via Fossabiuba ». Se il navigatore di bordo fosse dotato anche di un vago senso dell’umorismo avrei appena ascoltato queste parole. In fondo, latitudine e longitudine per qualcuno sono opinabili. I confini non esistono più. E così, in fondo, sono più che sufficienti 327 chilometri e non i 1.750 ufficiali per arrivare nella Bucarest d’Italia. Per arrivare a Mansuè, provincia di Treviso. Sono già cinque minuti che sopporto gli sbuffi neri di un camion della Transemex, traslochi, di Bucarest, l’originale, quella in Romania. Ma stargli dietro, in questi chilometri, è stata una garanzia: andava dove dovevo andare io.
«Perché qui - sbotta Livio Lion, 71 anni, pensionato, che passa le giornate a ragionare ad alta voce dal Cazorzi, l’edicolante storico di Mansuè -, tutti i romeni che arrivano, vanno nelle nuove case della lottizzazione dello stadio, e quello che ha incontrato lei sarà stato soltanto l’ultimo della giornata, forse».

La lottizzazione di via Molin, superata la scuola media Nievo, merita un’occhiata, visto che il cartello delle vendite promette anche finiture di pregio. «Belli sono belli gli appartamenti che stanno venendo su, e anche a prezzi buoni - commenta Rudy Padovan, nato e cresciuto a Mansuè -, ma io con la mia Paola, non ci penso nemmeno a vivere qui. Mi spiace ma ho deciso di fare come gli altri giovani del paese, cerco casa a Oderzo. Pagherò trentamila euro in più l’appartamento, ma sto tranquillo».
Tranquillo da chi e da che cosa? «Dai romeni, che sono ormai metà dei seimila abitanti di Mansuè, che sono diventati i padroni, e la fanno da padrone: ci stanno loro nelle nuove case. Le hanno comprate o le hanno prese in affitto. Dieci anni fa veniva gente che aveva fame, gente che rigava dritto. Ma gli ultimi arrivati fanno paura. E i carabinieri e i vigili non osano nemmeno far loro una multa. Anche nel bar della Paola, la mia ragazza, hanno combinato una casino la settimana scorsa. Erano in quattro, hanno cominciato alle sei di sera a bere una birra dopo l’altra. E alle 10 stavano ancora bevendo. Hanno dovuto chiudere il bar prima, per mandarli fuori, così sono andati via senza pagare, sbraitando».

Forse non saranno tremila i romeni di Mansuè, ma più di mille di sicuro, visto che quelli censiti ufficialmente dal Comune sono 592 ma in tutte le loro case, «come tutti sanno, vigili urbani compresi - torna all’attacco Lion - abitano almeno 6-8 persone». È l’ora dello spritz al bar della Paola, l’Osteria dei Sani, in via Roma, e ai tavoli ci sono i ragazzi del paese che si stanno godendo uno scampolo di libertà. Si stringe nelle spalle Manuel Dal Cin, con la voglia di divertirsi che è un diritto a sedici anni, soprattutto se, come lui, si lavora già: «A Mansuè non si può nemmeno andar più nei parchetti con la morosa. Ci sono sempre loro. Sono i nuovi arrivati che rompono le scatole alle nostre ragazze, perché i primi sono diventati più veneti di noi, gente giusta. Uno ha aperto il negozio per riparare i computer e un’altra famiglia ha messo su un alimentari. Tutta roba romena. Ma ci va anche gente di Mansuè, ci va anche mia mamma ogni tanto a far la spesa. C’è il salame con l’aglio che è proprio buono».

Il negozio di cui parla Manuel è in piazza San Tiziano. L’insegna non lascia dubbi: Magazin Alimentar Romanesc. Due vetrine, giusto in faccia alla banca, zeppe di salumi, formaggi e vini, importati dalla Romania. Adriana e sua figlia Dina sono arrivate tre giorni fa per dare un mano ai proprietari, loro parenti. Si arrangiano con un po’ di spagnolo, si sforzano di farmi capire «che i romeni non sono tutti uguali, non sono come quello stronzo di Roma».

«Ci sono anche i delinquenti italiani - mi dice Petric, che abita e lavora a Mansuè da quattro anni e, nel negozio per far la spesa, si presta a farmi da interprete -. Noi siamo i primi a non volere guai. Qui a Mansuè non ci sono campi rom. E lavoriamo tutti nelle fabbriche del legno, la Mediaprofili, la Friulintagli. Sono loro che ci hanno chiamato. Hanno cominciato i nostri padri e i nostri parenti, tanti anni fa. Noi cerchiamo lavoro e qui c’è lavoro. Chi pensa che noi siamo solo ladri e assassini dice solo scemenze. Guarda questo negozio: è bello, pulito».

In piazza incontro Roberto Toffarello, 24 anni, muratore: «Uscivo assieme ai ragazzi romeni. Erano amici, giocavamo al pallone. Poi tutto è cambiato. Adesso quelli che arrivano non si sforzano nemmeno di imparare l’italiano. Fanno cricca fra di loro e quando li incontriamo giriamo dall’altra parte perché non vogliamo grane. Ma intanto spariscono biciclette e motorini. Sono cominciate le rapine nelle ville e poi quel delitto schifoso in agosto, a Gorgo, qui vicino. È vero che a far fuori i due custodi sono stati due albanesi ma il basista era romeno. Romeno, capito?»